TRENTO – Ci sono festival che si limitano a seguire il calendario. E poi ci sono quelli che provano ancora a intercettare il presente, a leggerlo, a metterlo in discussione. Il Trento Film Festival, arrivato alla sua 74ª edizione, appartiene ancora a questa seconda categoria. E forse è proprio qui che sta la sua forza: nell’essere un festival che parla di montagne, certo, ma che in realtà usa le Terre Alte per parlare di noi.
Dal 24 aprile al 3 maggio, Trento torna a essere un punto d’incontro per cinema, letteratura, musica, arte e pensiero, con un programma che mette insieme 130 film, 150 eventi e più di 100 appuntamenti di T4Future, la sezione dedicata alle nuove generazioni. Numeri importanti, sì, ma che da soli non spiegano davvero il senso di questa edizione. Perché il cuore del discorso, stavolta, sembra stare altrove: nel tema del passaggio di testimone, nella possibilità di creare un confronto reale tra chi ha aperto una strada e chi oggi prova a percorrerla con uno sguardo nuovo.
In un tempo che sembra vivere solo nel riflesso nervoso dell’immediato, il Trento Film Festival sceglie invece di fermarsi. Di guardare indietro, osservare il presente e provare a immaginare il domani. È una posizione culturale precisa, quasi controcorrente, che restituisce al festival una funzione molto più ampia di quella puramente cinematografica: non solo mostrare film, ma costruire uno spazio di ascolto, dubbio, riflessione.
Ed è interessante che tutto questo avvenga partendo dalla montagna. Perché qui la montagna non è cartolina, sfondo: è territorio vivo, fragile, politico. È il luogo in cui diventano visibili questioni che altrove spesso restano astratte: il rapporto tra uomo e natura, la crisi climatica, la memoria, la fatica del vivere, la trasmissione del sapere, la convivenza tra comunità e paesaggio. Le Terre Alte, in questo senso, diventano una lente potentissima per osservare il nostro tempo.
Anche la selezione cinema va esattamente in questa direzione. Il Concorso internazionale raccoglie 19 film da 15 Paesi diversi e prova ad allargare l’idea stessa di cinema di montagna, spostandola fuori dai confini più tradizionali del genere. Non solo impresa, performance, vetta da raggiungere. Ma anche corpi, legami, resistenze, ascolto, spiritualità, conflitto, trasformazione. Un cinema che sembra meno interessato alla montagna come sfida da vincere e più alla montagna come spazio da abitare, attraversare, comprendere.
Non è un caso, allora, che il festival si apra con Per silenzio e vento di Marco Zuin, documentario che lavora sul legame profondo tra l’essere umano e l’ambiente montano, e si chiuda con Climbing for Life di Junji Sakamoto, dedicato a Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest. Due titoli che, pur diversissimi, sembrano tenersi insieme dentro la stessa idea di fondo: la montagna non come gesto di dominio, ma come esperienza etica, interiore, perfino esistenziale.
C’è poi un altro aspetto che rende questa edizione particolarmente attuale: il modo in cui il festival intercetta alcune delle grandi urgenze del presente. Il 2026 è l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori proclamato dalle Nazioni Unite, e Trento accoglie questo tema riportando al centro l’alpicoltura, i sistemi sostenibili, la resilienza climatica, il ruolo delle comunità che abitano e custodiscono i territori montani. Anche qui, il punto è chiaro: raccontare la montagna senza folklorismi, senza ridurla a immagine da consumo, ma come spazio che ci obbliga a ripensare il nostro rapporto con il pianeta.
Il tema del dialogo tra generazioni attraversa poi tutto il festival in modo trasversale, senza apparire come una strizzata d’occhio di facciata. E questa è forse la cosa più interessante. Perché oggi parlare di giovani è facilissimo; molto più difficile è costruire davvero contesti in cui le generazioni si parlino, si ascoltino, si contaminino. T4Future va proprio in questa direzione, con un programma ricco di proiezioni, laboratori e attività dedicate all’educazione all’immagine, alla sostenibilità, alla cittadinanza attiva. Non un contenitore accessorio, ma una parte viva dell’identità del festival.
Lo stesso discorso vale per MontagnaLibri, che compie quarant’anni e festeggia aprendosi anche a una nuova rubrica dedicata ad autrici e autori under 35. È una scelta coerente con la linea di questa edizione: custodire una storia, sì, ma senza trasformarla in nostalgia. Tenere acceso un fuoco e passarlo avanti. Anche la sezione Destinazione…, quest’anno dedicata alla Corea del Sud, sembra rispondere a questa logica di apertura, intercettando una cinematografia che più di altre, negli ultimi anni, ha saputo ridefinire immaginari, forme e sensibilità contemporanee.
Poi ci sono gli ospiti, gli incontri, i talk, le serate evento, le contaminazioni con il mondo dell’alpinismo, dell’editoria, dell’esplorazione, della divulgazione. Ma più che l’elenco dei nomi, conta il disegno complessivo: quello di un festival che continua a pensarsi come luogo culturale pieno, non come semplice appuntamento di settore. Un festival che usa il cinema per aprire discorsi, non per chiuderli. Che non cerca risposte facili, ma prova ancora a fare una cosa preziosa: complicare lo sguardo.
Ed è forse proprio questo che rende il Trento Film Festival così interessante oggi. Il fatto che, pur restando fedelissimo alla sua identità, non sembri mai immobile. Che continui a interrogarsi su cosa significhi raccontare la montagna nel presente. E che, nel farlo, finisca per raccontare molto anche del mondo che stiamo costruendo — o che rischiamo di perdere.
Perché alla fine è questo il punto: il Trento Film Festival non mette in scena soltanto vette, sentieri e imprese. Mette al centro storie, persone, comunità, ferite, trasformazioni. E in un’epoca che consuma tutto in fretta, scegliere ancora il tempo dell’ascolto e della complessità è già, di per sé, un gesto politico. E anche molto cinematografico.
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