Sam Raimi ha fatto chiarezza una volta per tutte, mettendo fine alle speculazioni sul suo coinvolgimento in un nuovo capitolo dedicato allo Spider-Man interpretato da Tobey Maguire. Nessun ritorno alla regia, nessun progetto in sviluppo, nessuna trattativa segreta pronta a esplodere. Le voci restano voci, l’idea resta suggestione.
Eppure l’entusiasmo non nasce dal nulla. Il ritorno di Maguire in No Way Home ha riacceso qualcosa di profondo: non solo nostalgia, ma il ricordo di un modo preciso di intendere i cinecomic. Quello di Raimi era uno Spider-Man imperfetto, emotivo, spesso goffo, attraversato da conflitti interiori prima ancora che da battaglie spettacolari. Un cinema che metteva l’eroe davanti allo specchio prima che davanti al nemico.
Proprio per questo l’ipotesi di un quarto film aveva assunto un valore quasi simbolico: non tanto un sequel, quanto una riconciliazione definitiva con quel passato. Ma il regista sceglie di non tornare indietro, lasciando intatta una trilogia che, nel bene e nel male, ha già detto tutto quello che doveva dire.
Questo non significa che Spider-Man smetta di guardare al suo passato. Significa, piuttosto, che il futuro del personaggio passa altrove, tra nuove incarnazioni e nuove sensibilità. Un Spider-Man 4 in stile Raimi, oggi, resta un’ipotesi affascinante ma chiusa in un cassetto.
Forse è anche giusto così. Perché alcune storie funzionano proprio perché finiscono. E perché, a volte, il cinema più potente è quello che sa quando fermarsi.
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