ROMA – Amami ora. Ora che sono diverso. Facile amare il sole che ti accarezza il viso.
Difficile amare l’ombra che ti indaga l’anima. Ci sono malattie che si lasciano nominare: entrano in una parola, in un referto, in una terapia. E poi ce ne sono altre — o forse persino la stessa, quando incontra una certa solitudine — che non si consegnano mai del tutto al linguaggio. La mente allora diventa un luogo abitato da presenze: non necessariamente fantasmi, ma ritorni; non sempre voci, talvolta risonanze. Una stanza che cambia geometria mentre ci cammini dentro. C’è un cinema che accende la luce per mostrare meglio gli oggetti. E poi c’è un cinema (per fortuna, ancora oggi) che la spegne, ostinatamente, per costringerti a vedere ciò che di solito resta fuori campo: la paura come eredità, la fede come trauma, la superstizione come lingua madre.

Lo Scuru del talentuoso e giovane Giuseppe William Lombardo appartiene più a questa seconda, rara specie. Nel non voler soltanto raccontare l’oscurità o sviscerare didascalicamente la follia, Lombardo ne lo scuru la fa passare di corpo in corpo, di memoria in memoria, come un sangue antico che non sa più dove fermarsi. Solo forse dopo qualche minuto — quando lo spettatore è già immerso in un’atmosfera instabile, attirato e trasportato dalle prime due scene irrespirabili per la loro potenza — emerge davvero il senso del titolo: lo scuru. Non assenza di luce, regione opaca dell’esperienza, zona grigia in cui coscienza, superstizione e trauma smettono di distinguersi. Un territorio mentale prima ancora che geografico. Il film di Giuseppe William Lombardo, liberamente ispirato al romanzo di Orazio Labbate, costruisce un gotico mediterraneo privo di cartoline, gotico siciliano che rifiuta l’estetica folkloristica per farsi indagine sulle radici oscure dell’identità. La Sicilia che vediamo messa in scena non è paesaggio ma corpo vivo stratificato da religiosità popolare, lutti rimossi, rituali domestici e paure tramandate. E verrebbe da aggiungere: finalmente. Il protagonista Raz, interpretato qui da Fabrizio Falco, vive in una condizione di costante disallineamento percettivo. Diagnosticato come schizofrenico, sperimenta intrusioni mentali, visioni, scarti improvvisi tra reale e immaginato. Ma la regia di Lombardo rifiuta ogni approccio clinico o didascalico: la diagnosi non è un punto di arrivo, è piuttosto un varco narrativo ampio senza risposte. Serve per scendere più in profondità, fino a trasformare il disturbo in una lente deformante attraverso cui leggere l’intero sistema familiare e sociale. Raz non è semplicemente “malato”. È il portatore di una memoria sovraccarica, di un’eredità emotiva mai elaborata. La sua mente è un archivio disordinato di lutti, colpe, silenzi, preghiere, superstizioni. La follia, in Lo Scuru, non è deviazione: è una forma estrema di memoria. Il ritorno al paese natale, Butera, è in sè il gesto inevitabile della narrazione. Un viaggio che non può essere guarigione, ma certamente pellegrinaggio inverso verso l’origine del dolore. Ad attenderlo una famiglia implosa, una madre consunta, un padre ambiguo e ferito — Fabrizio Ferracane — e una comunità che ha sostituito la cura con il rito, la comprensione con il sospetto, la terapia con l’esorcismo.

Accanto a loro si muove un sacerdote, interpretato da Vincenzo Perrotta, figura sospesa tra fede e superstizione, tra liturgia e pratica magica. È il simbolo di un cattolicesimo popolare che non distingue più tra spiritualità e controllo, tra salvezza e dominio. In questo microcosmo, la malattia mentale non viene affrontata: viene didascalicamente interpretata, manipolata, trasformata in segno, in stigma, infine in maledizione. Un’indagine rovesciata. Non c’è qui un colpevole esterno, ma una matrice interna. Raz attraversa ricordi d’infanzia, traumi familiari, relazioni spezzate, fino all’incontro con una giovane migrante sopravvissuta alla tratta. È un passaggio decisivo: l’introduzione delle pratiche “juju” e delle credenze utilizzate per soggiogare le vittime crea un cortocircuito potente tra superstizione locale e violenza globale. Da qui uno dei gesti più audaci del film: mostrare come la paura possa diventare una tecnologia di potere. Le credenze non sono innocue finché restano tradizione; diventano armi quando entrano nei rapporti di sfruttamento. La follia individuale si rivela allora come prodotto di un sistema più ampio, economico, culturale, simbolico. Lombardo costruisce questo universo con un bianco e nero severo, quasi ascetico. Scelta etica quanto coraggiosa, in cui i neri sono spessi, saturi, inghiottenti. E i bianchi sospendono. I volti vengono spesso sezionati dalla luce come da una lama, gli interni domestici somigliano a celle mentali, camere di risonanza del trauma. La regia rifiuta l’horror convenzionale, i meccanismi del colpo a effetto. Non uno spavento alla Argento, quanto più un’inquietudine alla Ari Aster, sviluppata grazie a quella persistenza che si accompagna alla ripetizione all’impossibilità di distinguere pienamente il visibile dall’invisibile. Arrivando ad esser coinvolti percettivamente nel disorientamento di Raz.
La domanda che attraversa l’intero film, come una corrente sotterranea, resta sempre aperta: che cos’è davvero lo scuro? È il male? La follia? Il destino? O è il nome che diamo al dolore quando non sappiamo più dove collocarlo? Non possono esserci risposte. Perché l’ambizione è più radicale: costringere lo spettatore a restare dentro l’interrogativo. Lo Scuru è un’opera rara nel panorama italiano contemporaneo proprio per questa radicalità. Non romanticizza la malattia mentale, non la spettacolarizza, non la addomestica. La presenta come condizione dolorosa, ambigua, politicamente significativa. Una ferita che riguarda il singolo solo in apparenza, ma che in realtà parla di una comunità intera. E ci vuole coraggio. Un coraggio che Lombardo mostra dalla prima inquadratura all’ultima inquadratura.
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