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RECENSIONI I Io+Te: quando l’amore non basta

Il nuovo film di Valentina De Amicis, entra nel territorio meno raccontato delle relazioni: quello in cui l’intimità cresce e, insieme a lei, le domande a cui nessuno è preparato.

ROMA – Si può amare molto e non riuscire a restare insieme? Io+te prende le mosse da questa contraddizione per raccontare una relazione messa alla prova dal tempo, dal corpo e da scelte che non possono più essere rimandate. Valentina De Amicis costruisce il film attorno a un legame intenso, desiderato, apparentemente saldo, seguendolo nel momento in cui l’equilibrio iniziale comincia a incrinarsi sotto il peso della realtà. Mia (Ester Pantano) e Leo (Matteo Paolillo) si incontrano per caso e si riconoscono immediatamente. Lei ha 36 anni, è una ginecologa affermata, indipendente, abituata a governare la propria vita con lucidità e a confinare l’amore in uno spazio controllabile. Lui ne ha 26, è emotivo, idealista, poco incline ai compromessi e convinto che i sentimenti, se autentici, debbano essere sufficienti. L’attrazione è immediata, la relazione travolgente, fondata su una complicità che sembra in grado di reggere tutto. Ma Io + te non indugia sull’euforia dell’inizio: il film prende davvero forma quando quella stabilità apparente inizia lentamente a cedere.

La narrazione procede per accumulo di contrasti. Le differenze tra i due non esplodono all’improvviso, ma si stratificano nel tempo, fino a diventare inconciliabili. La relazione entra nella sua fase più complessa quando la possibilità della maternità si affaccia e il desiderio di avere un figlio incontra ostacoli inattesi. Da quel momento il film si concentra sul corpo femminile, sulle attese che lo attraversano e sul senso di colpa legato alle decisioni prese. Valentina De Amicis sceglie una regia misurata e sobria, pochi movimenti di macchina, spazi quotidiani, dialoghi essenziali. Segue i personaggi senza forzare le emozioni, rifiutando scorciatoie emotive. Questa scelta rende il racconto autentico, ma ne attenua la forza nei momenti decisivi. Tende a insistere sugli stessi nodi tematici, affidandosi a una progressione emotiva spesso circolare che rallenta il ritmo e attenua l’impatto dei passaggi chiave.

Sul piano interpretativo, Io+Te si affida soprattutto alla prova di Ester Pantano, che costruisce una Mia trattenuta, opaca per scelta, capace di comunicare più attraverso silenzi e posture che mediante le parole. È una performance misurata e coerente, che restituisce con precisione la frattura tra controllo professionale e fragilità privata. Più discontinua la prova di Matteo Paolillo: il suo Leo funziona nei momenti di slancio emotivo, ma tende a irrigidirsi quando il personaggio diventa portatore di un’idea dell’amore più che di una complessità pienamente sviluppata. Il merito principale del film resta il modo in cui affronta la maternità e la sua possibile assenza senza ricorrere a ricatti emotivi. Io+te mette in scena il vuoto, la rabbia e la frustrazione, mostrando l’impatto che tutto questo ha sull’identità di una donna e sulla tenuta di una coppia. Ne emerge un film serio e coerente, che sceglie di raccontare l’amore quando smette di essere una promessa e diventa una prova. Senza consolare o voler offrire risposte forzate. A rischio retorica. Rimane  in una zona formalmente scomoda, dove il sentimento esiste, ma non sempre è sufficiente a tenere insieme due vite.

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