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RECENSIONI I Hamnet: l’amore che non muore

Perché avremo sempre bisogno dell’arte per sopravvivere. Ora al cinema

ROMA – Che Chloè Zhao fosse una grande regista lo avevamo già capito dal suo esordio con The Rider e, poi, con l’oscar per Nomadland. Ma qui si è decisamente superata. Se siete dei seri amanti del cinema, Hamnet vi ricorderà perché abbiamo bisogno di ascoltare, raccontare e vedere storie, nonostante sia un processo che va avanti da duemila anni.

L’esperienza portata in quest’opera è la rielaborazione del lutto, forse il più brutto in assoluto: quello della perdita di un figlio, ma non un bambino qualsiasi, quello del drammaturgo più importante nella storia dell’umanità, William Shakespeare. Tratto dal romanzo di Meggie O’ Farrell Nel nome del figlio, viene portato sul grande schermo la storia della famiglia di Will (così verrà chiamato nel film): una moglie che comprende la sua frenesia e il suo talento, spingendolo ad inseguire i propri sogni e ad abbandonare la sua famiglia per trasferirsi a Londra, se già questo non è amore, e tre bambini fantastici, di cui una sembra leggermente più fragile rispetto agli altri due. La vita scorre, fin quando Will non perde il suo unico figlio maschio di nome Hamnet e, come in ogni famiglia, l’evento porta una rabbia e un processo di rielaborazione che si scaglia su tutti i rapporti personali. Il resto è storia. Da qui la nascita di una delle tragedie più belle di sempre: Amleto. Come? William per elaborare la perdita di suo figlio ha bisogno di creare un personaggio immaginario e far rivivere l’essenza del suo bambino attraverso la fantasia. Non ci sono grandi dialoghi, ma poche semplici azioni talmente potenti da bucare lo schermo, farvi colare tutto il mascara e finire l’intero pacco di fazzolettini che avevate in borsa.

Hamnet così riesce ad essere sublime e struggente incollando lo spettatore alla poltrona. Bisogna affrontare le tenebre, ma rifiorire è possibile e non perché Hamnet torni in vita, ma perché mettere in scena degli attori, che raccontano una storia insieme a un pubblico che li guarda implica che soffrire ed emozionarsi è un atto catartico collettivo, che restituisce ad ognuno di noi lo strumento per rielaborare e continuare a guardare il mondo, anche quando questo sembra un posto orribile, dove si è smarrito il senso, e quindi vige la possibilità di vivere alienati. C’è una frase che viene ripetuta per tutto il film: “lascia aperto il cuore”, ed è proprio questo il motore che spinge il nostro Will a non sprofondare negli abissi, e a non far sprofondare noi, almeno per quelle due ore di capolavoro.

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