ROMA – Mescolare comicità e uno sguardo autentico sulla realtà è un equilibrio delicato, che il cinema italiano raramente raggiunge. Con Cena di classe, Francesco Mandelli ci riesce pienamente, trovando una misura precisa e convincente, senza scivolare né nella superficialità né nella retorica. Si tratta del suo lavoro più maturo: una commedia corale che racconta una generazione senza ridurla a stereotipi o soluzioni semplicistiche. Mandelli osserva i personaggi con attenzione, mettendo in luce aspettative deluse, percorsi deviati e un’identità ancora in evoluzione, restituendo così un ritratto autentico e partecipato del presente.
L’ispirazione arriva dall’omonimo brano dei Pinguini Tattici Nucleari, ma il film sviluppa autonomamente la storia, trovando nella coralità del cast il suo vero punto di forza. Il risultato è un racconto vivace, a tratti travolgente, attraversato da un’ironia amara che mette a fuoco la distanza tra le aspirazioni giovanili e la realtà adulta. Al centro ci sono otto ex compagni di classe — più il bidello — che si ritrovano anni dopo per il funerale di Pozzi (interpretato dallo stesso regista), l’amico più idealista del gruppo. La cena organizzata la sera prima del rito funebre inizialmente pensata come un momento nostalgico, degenera rapidamente. Tra tensioni irrisolte e sogni incrinati, i protagonisti dopo aver assunto inconsapevolmente una sostanza, si risvegliano nella loro vecchia scuola senza memoria di quanto accaduto. L’edificio è devastato e il feretro sparito: da qui nasce la necessità di ricostruire gli eventi, confrontandosi allo stesso tempo con ciò che sono diventati.

Il tema delle aspettative attraversa tutto il film: quelle coltivate da giovani, quando tutto sembrava possibile, e quelle con cui si confronta la vita adulta. Cena di classe non giudica i suoi personaggi né li condanna a un fallimento definitivo; li mostra piuttosto in quella condizione intermedia in cui molti si riconoscono: non completamente soddisfatti, ma nemmeno del tutto sconfitti. Ed è proprio in questo equilibrio fragile che il film trova il suo senso più interessante. Perché, nonostante tutto, c’è ancora qualcosa che tiene insieme i personaggi: il gruppo. Stare insieme non risolve i problemi, ma permette di guardarli in modo diverso. Per un attimo le maschere cadono, le difese si abbassano e diventa possibile essere più sinceri.
A sostenere la narrazione contribuisce un cast in perfetta sintonia, frutto non solo del talento individuale ma soprattutto della evidente chimica costruita sul set. Beatrice Arnera, Herbert Ballerina, Francesco Russo, Nicola Nocella, Roberto Lipari, Andrea Pisani, Giulia Vecchio, Annandrea Vitrano e Giovanni Esposito portano ciascuno la propria energia, rendendo ogni scena viva e credibile. Non esistono ruoli di contorno e anche nelle sequenze corali ogni personaggio ha spazio, voce e arco narrativo, garantendo un’armonia che rende la commedia coinvolgente e precisa nel tratteggio emotivo. Mandelli non cerca di chiudere il racconto con una morale o una soluzione. Lascia che siano i personaggi, con i loro limiti e contraddizioni, a portare avanti la storia fino alla fine. E proprio per questo il film funziona: perché restituisce con empatia il senso di una generazione disillusa e incompresa, ancora in cerca di direzione ma non priva di speranza, capace — almeno per un momento — di ritrovarsi insieme.
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