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Il rebus analogico e soul di Drew Goddard: Sette Sconosciuti a El Royale

I 60s? Paranoici, tossici, pericosoli. Soprattutto quando li ritrovi a dividersi una stanza d’albergo…

L’Hotel El Royale, nel bel mezzo di un bosco, senza dubbio, ha visto tempi migliori. Una volta, qui, ci passavano senatori, presidenti, segretari, star del cinema. Del resto, l’El Royal, con il suo arredo tra art déco e l’opulento kitsch, ha una caratteristica che lo rende pressoché unico: sorge – letteralmente – sulla linea di demarcazione tra la California e il Nevada. Chiaro, se affitti una stanza nella parte californiana, la paghi un dollaro in più (sei pur sempre in California!), ma se scegli il Nevada, beh, hai possibilità di bere alcolici liberamente. Assurdo, direte voi, ma il compromesso, se siete nel 1969, è più che giustificato.

7 sconosciuti a el royale
Hamm, Brigdes e la Erivo, alla reception dell’El Royale.

Tanto assurdo che l’El Royal, non poteva che essere il protagonista totale e totalizzante del film di Drew Goddard, capace di rubare la scena ai suoi variegati ospiti. Pochi, sì, ma molto speciali. Una hippy con fucile a pompa (Dakota Johnson, tosta e disperata), un prete (Jeff Bridges, dolente e ammaccato), un venditore porta a porta (Jon Hamm, che, insomma, nel vendere sa decisamente il fatto suo), una cantante soul (Cynthia Erivo, bravissima). In più, pure un paio di clandestini – la sorellina della hippy della Johnson, interpretata da Cailee Spaeny, ossessionata da un santone, Chris Hemsworth, scalzo e biondo come il sole – e il tutto-fare dell’albergo (Lewis Pullman), che quando lo chiami ci mette sempre un po’ ad arrivare. Chissà perché.

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Chris Hemsworth è Billy Lee.

Insomma, 7 Sconosciuti a El Royale, scritto dallo stesso Goddard (nomination per The Martian, ma anche sceneggiatore di Cloverfield, Daredevil  e regista di Quella Casa nel Bosco) è come se fosse un rebus di due ore e mezza, in cui scorrono, irrompono, rompono, sette assi di cuore. «Il tema del film? Soprattutto la dualità, nessuno è quello che sembra, e l’hotel deve riflettere il confine e i personaggi stessi», ha dichiarato lo stesso Goddard.

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Jon Hamm, in 7 Sconosciuti a El Royale.

Infatti, dietro all’aspetto da thriller hitchcockiano, analogico nella produzione – girato tutto in pellicola, con la grana che regala ai colori sfumature inaspettate – e nella narrazione, si nasconde uno scontro (in)volontario tra differenti epoche degli Stati Uniti. C’è quella paranoica di Nixon e J. E. Hoover; quella da ”romantico” west e annessa rapina alla diligenza; c’è quella del dovere, prima di tutto, perché gli ordini sono ordini; c’è quella disillusa che non crede più a nulla, figuriamoci ad un’altra America da mettere nella lista degli invitati. Un’America, questa volta, imbonitrice, tossica, pericolosa.

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Dakota Johnson è Emily Summerspring.

«Stiamo attraversando tempi oscuri, ma ci sarà sempre luce», confida il regista. «E il mio film si conclude con una speranza, quasi una redenzione. Oggi, siamo a questo punto: un buio che cerca la luce. Questo vale nel 1969, e vale nel 2018». Ed è vero, i personaggi del film, tra un disco e l’altro che gracchia nel gigantesco juke box dell’El Royale, facendo suonare i Four Tops, Frankie Valli, Tommy Roe, i Deep Purple, cercano, in un modo o nell’altro, di ritrovare la luce, aspettando che una notte di tempesta porti via i segreti, il sangue e quella scottante bobina, tenuta nascosta all’ufficio complotti. Sono gli Anni Sessanta, sono gli Stati Uniti, è l’Hotel Royal. Dove nasce, muore e risorge, costi quel che costi, quel mitologico american dream di cui tutti parlano. Ma che nessuno, ancora, ha visto arrivare.

  • 7 Sconosciuti a El Royale: l’intervista a Dakota Johnson e Cailee Spaeny

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