in

OPINIONI I Playing God: una visione di creazione, abbandono e comunità

Nella shortlist degli Oscar 2026 per l’Italia, il cortometraggio di Matteo Burani rivela la potenza dell’animazione come forma sublime di espressione artistica.

ROMA – L’Italia torna a farsi notare dove l’animazione raramente le viene concessa: Playing God è entrato nella shortlist degli Oscar, portando con sé un’idea di cinema artigianale e audace, lontana dalle scorciatoie e dai clamori. Un traguardo che non suona come medaglia ma (speriamo) come segnale: la stop motion, quando è pensata con rigore, può ancora essere un linguaggio “adulto”, capace di vertigine. Più di tanto altro materiale cinematografico. In Playing God c’è un’idea semplice e ferocemente raffinata: far nascere una creatura non significa darle un destino. Significa, semmai, consegnarla all’inerzia del mondo — e vedere che cosa ne farà. Matteo Burani e Arianna Gheller scelgono la stop motion non come vezzo nostalgico ma (forse) come grammatica morale: una grammatica dove la materia pesa, resiste, trattiene le impronte. E così l’argilla – protagonista – non imita la vita, quanto proprio la contrae per, alla fine, comprimerla.

Il cortometraggio di 9 minuti mette in scena un piccolo universo da atelier, con la precisione di un rito e la crudezza di un esperimento. Le figure plasmate emergono da un buio da teatro anatomico: corpi minimi, irregolari, segnati. Il “giocare a fare Dio” del titolo non ha nulla di trionfale — è un gesto ambivalente, quasi colpevole, che si rovescia presto in domanda: che cosa resta di una creatura quando la mano che l’ha inventata si ritira? E qui tutta la sua fragilità, raccontata per sottrazione. Ogni movimento è una micro-frattura nella staticità della materia, ogni avanzamento un patto col tempo. Ed è proprio il tempo — quel tempo “fisico” della stop motion, fatto di pazienza e correzione — a diventare il sottotesto più potente: la vita, qui, è un lavoro manuale. Non c’è alcuna levigatura digitale a proteggere lo sguardo; c’è il dettaglio, l’imperfezione, l’oscillazione. La poetica della crepa, che produce immagini insieme inquietanti e tenerissime.

L’eventuale salvezza, se arriva, non ha la forma della redenzione; somiglia piuttosto a una pratica di convivenza. Il film di Burani guarda alla comunità come all’unica metafisica accessibile, senza proclami. La mette in scena, la lascia accadere, la misura sulle conseguenze. Si resta incantati per la precisione. E quando finisce non “chiude” il discorso, lo interrompe nel punto giusto: quello in cui l’immagine smette di essere spettacolo e torna a essere materia che ti segue.

LEGGI ANCHE

VIDEO | Ludovica Bizzaglia: Minimarket e il suo amore per il cinema e il crime

AVATAR: Fuoco e Cenere è tra i 30 film con più incassi al botteghino mondiale

MONOGRAFIE | Luca Guadagnino: un regista che non teme di riportare l’immagine di un mondo scomodo in una realtà troppo conveniente

Lascia un Commento

The First Dollar: Giuseppe Tornatore dirigerà il film su Amadeo Peter Giannini

Paramount porta Warner Bros. Discovery in tribunale per l’accordo con Netflix