ROMA – Ci sono storie capaci di parlare a chiunque le incontri, che si tratti di qualcuno che vive a Roma, Palermo, Londra o Boston. In fondo, il luogo conta poco, ma ciò che sorprende sempre di queste storie è la notevole capacità di evocare sensazioni precise. Per questo, quando ai giovani autori viene detto di scrivere di ciò che conoscono, è utile ricordare che su un argomento, un tema, un paese o una cultura si può sempre fare ricerca. L’esperienza vissuta, però, anche nella sua forma più semplice o assurda, è un’altra cosa. È qui che il cinema viene percepito come autentico, perché non è fatto soltanto di immagini, luci o parole, ma anche di odori, sapori e memoria tattile. È questo che lo rende un’esperienza viva e mai passiva. In questo senso, Luca Guadagnino è un vero maestro. Fin dai primi passi della sua straordinaria carriera, il regista continua a riscuotere un enorme successo in tutto il mondo, senza mai darlo per scontato. Anche per via del suo inizio come documentarista, i temi affrontati da Guadagnino sono pungenti e non sempre facili da digerire, ma riescono, attraverso metafore e forme narrative impensabili, a riportarci direttamente alla realtà.

Un esordio inaspettato
All’ombra di un pomeriggio estivo di fine anni Novanta, lo spettatore viene accolto da una giovanissima Tilda Swinton – destinata a diventare in seguito la musa del regista – che introduce la storia dell’omicidio di Mohamed El Sayed, cuoco egiziano ucciso cinque anni prima a Londra da due adolescenti in cerca di un’esperienza “diversa”. Nel corso di quello che si rivela come un documentario fittizio, la telecamera di The Protagonists (1999) segue la troupe in ogni fase della lavorazione, soffermandosi sui dettagli della preparazione delle interviste, sulla messa in scena dell’ultima sera di El Sayed, fino alla ricostruzione del suo sanguinoso omicidio. È proprio questa meticolosità a far emergere immediatamente una domanda: “è davvero necessario?”. Forse però, mettendo ulteriormente a fuoco le dinamiche di quella sfortunata sera, la domanda più corretta diventa un’altra: “perché è davvero necessario?”. Da diversi decenni, infatti, la frenesia nel rincorrere delitti e disgrazie per poi dimenticare nel giro di poche settimane è diventata un’abitudine consolidata. In questo film, però, Guadagnino sceglie per la prima volta di mostrarci l’assurdità calcolatache si nasconde dietro questo meccanismo. E lo fa anche sul piano stilistico: i fatti non seguono mai una trama lineare e definita, ma procedono avanti e indietro senza un ordine preciso, come nello zapping televisivo, dove le notizie vengono continuamente rimaneggiate o gonfiate per essere rese ogni volta più eclatanti.

The Protagonists mette in evidenza come i veriprotagonisti non siano più le vittime né i carnefici, ma noi stessi: noi che sentiamo sempre il bisogno di dire la nostra, che cerchiamo il dettaglio più sanguinolento o che individuiamo lo “scemo del villaggio” da accusare per essersi fatto fregare. Con questo esordio, Guadagnino non ha scelto la strada più facile per iniziare la sua carriera, ma certamente la più audace, anche a costo di apparire presuntuoso o addirittura privo di una direzione ben distinta. Fortunatamente, la critica ha una vita molto breve.
La trilogia del desiderio
Nei film di Guadagnino il desiderio è spesso un legame indissolubile tra le storie e i personaggi che vi gravitano attorno, sebbene sia condiviso con la stessa intensità, c’è sempre uno di loro che non ha la giusta forza o il coraggio di affrontarlo fino in fondo. Infatti, per quanto meraviglioso e travolgente, è soprattutto un’arma a doppio taglio: per qualcuno che ottiene, c’è sempre qualcun’altro che deve perdere.Lo stesso regista ha definito questo percorso artistico come “la trilogia del desiderio”, composta da “Io sono l’amore” (2009), “A Bigger Splash” (2015) e il fenomeno mondiale “Call Me by Your Name” (2017).
Nel film del 2009, Guadagnino racconta la famiglia Recchi, fatta da regole e salde impalcature sociali. All’inizio è al centro il primogenito Edoardo, deciso ad onorare il prestigio del loro cognome, in contrasto con la trasgressione della sorella Elisabetta, che tenta di schivare una vita organizzata ed infelice, prima con l’arte e poi con la fuga. Con il procedere della storia emerge una presenza silenziosa e attenta: Emma, la madre, che tiene tra le mani il fragile equilibrio domestico, troppo spesso in bilico. È lei a sostenere Elisabetta e a spingere Edoardo a superare il padre, un uomo rigido, un uomo che lei non ama più. Alla fine del primo atto si capisce che la vera funambola è proprio Emma, rimasta fino ad allora imperturbabile davanti a una famiglia che sembra vera solo a chi la guarda da fuori. Antonio non è solo la scintilla del suo desiderio, ma la sua rivelazione: Emma è capace di amare, Emma è amore. Da qui tutto crolla. Un attimo basta perché il figlio perda l’equilibrio, anche nel senso più letterale. A pagare è proprio la protagonista, che si è concessa un desiderio soffocato troppo a lungo, convinta fino a quel momento di non meritarlo, sbagliando madornalmente.

Con il secondo capitolo arriva A Bigger Splash, ancora con Swinton e con un eccentrico Ralph Fiennes, libero remake de La Piscine (1969). Qui, Guadagnino rappresenta il desiderio come una gabbia scintillante da cui è impossibile uscire incolumi. Il sogno di una vita irreale cattura per prima Marianne, rockstar in convalescenza che non parla quasi mai, se non con sussurri forzati. Lei, per anni libera e irriverente, si ritrova ora dolcemente domata da Paul, che la custodisce come un uccellino dalle ali spezzate. Ma forse il vero ferito è proprio lui: un ex suicida, da poco uscito dalla morsa dell’alcolismo, che vede in lei la sua ancora di salvezza. I due vivono a bordo piscina, protetti solo in apparenza, prima dell’arrivo di un uragano umano: Harry e sua figlia Pen. Lui è l’ex amante irresponsabile di Marianne, lei una ragazza in cerca di un’alternativa alla noia estiva. Tutti e quattro inseguono il desiderio per lenire un dolore che sembra irrisolvibile, che venga dalla depressione, dall’insoddisfazione, dalla crescita o dalla paura. Ma alla fine, nel desiderio dell’altro trovano solo la propria infelicità: accade a Paul e a Harry, nella rissa che sarà fatale a quest’ultimo, ma non a Marianne, che riesce a riprendere il controllo della sua vita e delrapporto con Paul, ora segnato per sempre.
Con Call Me by Your Name, adattamento dell’omonimo romanzo, il regista chiude la sua trilogia tornando indietro nel tempo e raccontando l’amore acerbo di due ragazzi durante un’estate cremasca. Il racconto si concentra soprattutto su Elio, il giovanissimo protagonista – ruolo che ha consacrato l’astro nascente di Timothée Chalamet. In un film che mantiene il tono placido e introspettivo del romanzo, assistiamo alla scoperta di un sentimento inatteso da parte di Elio, forse meno sorprendente per Oliver, già più maturo. Dopo un inizio pigro, quasi indolente, i due iniziano aincontrarsi di nascosto, nella quiete notturna, fino afondere le proprie anime. Anche qui il desiderio è il fuoco che li unisce, ma non solo: questa volta, per Guadagnino, il desiderio è una coperta tiepida che protegge Elio dalle delusioni che lo attendono; la calma prima della tempesta. È un tempo felice e spensierato, ma destinato a durare poco. Se Elio è pronto a giurare amore eterno a Oliver, lui è già disincantato, prossimo all’altare con una donna che lo aspetta in America.

La metafora come lente d’ingrandimento
Dal non-horror di Bones and All (2022), alla dinamicità di Challengers (2024), l’esistenzialismo di Queer (2024), fino al thriller psicologico di After The Hunt (2025), Guadagnino ha approfondito sempre di più l’emotività dei personaggi che raccontava. Se del desiderio ha fatto un’intera poetica, della metafora ha fatto una lente d’ingrandimento per osservare con la giusta cura ed attenzione dentro noi stessi, riuscendo sempre a far affiorare le giuste domande una volta arrivati ai titoli di coda.
Una festa di venerdì sera con le amiche poteva essere un vero incubo: tra schiamazzi verso i ragazzi, post di instagram da preparare o di terzi di cui sparlare, tu lì, con solo una cosa in mente: azzannare il dito di una tua compagna? No– per carità, ognuno ha i suoi hobby – ma il pensiero di non appartenervi e di voler fuggire era della stessa intensità. È quello che succede a Maren, giovane cannibale in Bones and All, che intraprende un road trip per capire chi è e, soprattutto, per accettarsi, inseguendo disperatamente l’unica persona che crede possa aiutarla davvero: sua madre. Ma come la più banale delle frasi fatte, bisogna ricordare che l’importante non è la destinazione, ma il viaggio. Maren non ritroverà mai la figura materna che sperava, ma troverà qualcosa di diverso: l’amore per Lee, un amore capace di accogliere la sua diversità senza colpa, aiutandola a custodirla e a rispettarla. Maren e Lee, non sono dei mostri, sono i mostri che la società vuole creare.

Con Challengers, la musica cambia: questo film di Guadagnino è quello che sembra più scenografico e tecnico, ma in realtà nasconde molto di più. Attraverso il campo da tennis, Guadagnino racconta il successo come una partita che non finisce mai. Il gioco non è solo sport, ma la vita dei due protagonisti, Patricke Art, vissuta sempre in funzione di uno sguardo esterno: ci sono i soldi, la fama, la qualifica agli US Open, ma soprattutto c’è il giudizio di Tashi, che li tiene in pugno per più di dieci anni. Nel corso del film Guadagnino la mette sempre al centro del campo, letteralmente. Vuole far credere che sia solo lei a contare davvero, il motore che li spinge avanti anche quando sono stravolti dalla partita e dal disprezzo che li ha distanziati per anni; lo stesso odio che li ha demotivati. Ma durante l’ultimo set si entra in un’altra dimensione, quasi una danza, che riguarda solo i due amici, e nessun altro. Non importa chi vince, né se Tashi sceglierà una volta per tutte Art o Patrick. Conta solo che abbiano ritrovato ciò che li ha uniti dall’inizio: il valore della loro amicizia.

In Queer Guadagnino usa lo yage come un’erba che promette la telepatia, ma che, quando i due protagonisti partono a cercarla, soprattutto Lee, si rivela essere tutt’altro: uno specchio che li costringe a guardarsi e a comunicare davvero, nel modo più crudo e feroce. Attraverso questo viaggio nella giungla dell’Ecuador, Guadagnino racconta personaggi che cercano l’amore passando dal dolore, come se solo ciò che ferisce potesse dimostrare di esistere. E lo stesso movimento ritorna in After the Hunt, dove lo specchio non è più interiore ma sociale. Quando la giovane Maggie confessa di aver subito una violenza da Hank, la professoressa Imhoff si irrigidisce, temendo e negando ciò che per lei, a quindici anni, era stata una ferita portata avanti per tutta la vita. Guadagnino porta lo spettatore, come la stessa Imhoff, a domandarsi per tutto il film se Maggie dica la verità o se stia usando quella storia per mascherare la propria superficialità, come persona e come studentessa. Solo nell’ultimo incontro tra la professoressa e Hank si intuisce davvero come siano andate le cose, e allora diventa tutto chiaro: La paura di essere definiti “vittime” può generare odio, soprattutto tra le donne, fino al punto di rivedersi nel riflesso di chi ha passato la stessa esperienza e convincersi di aver sbagliato tutto, di essere state le uniche responsabili di ciò che è successo.
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