ROMA – Finalmente è arrivato quel periodo dell’anno in cui siamo tutti legittimati a essere felici.
Per il Natale? No: per le piccole ipocrisie che porta con sé una festa in cui l’unico obbligo sembra essere quello di avere una famiglia perfetta. E per fortuna c’è Parenti Serpenti a ricordarci quanto questo mito sia lontano dalla realtà.
La realtà, infatti, non è quasi mai eccezionale. E grazie a Monicelli riusciamo a sentirci adeguati dentro famiglie che perfette non lo sono affatto. Mai era stato fatto un quadro così realistico dell’Italia. E, ahimè, dopo più di trent’anni, quel ritratto è ancora vivido e riconoscibile nel nostro Paese. Parenti Serpenti, capolavoro del 1992, è una di quelle opere che non invecchia mai: torna sempre a ricordarci chi eravamo e chi siamo, mettendo al centro le due cose più italiane di sempre: la famiglia e il Natale.
Il film, sceneggiato da Carmine Amoroso, Suso Cecchi d’Amico, Piero De Bernardi e Mario Monicelli, nasce dai ricordi personali di Amoroso, prima come pièce teatrale e poi come film girato prevalentemente a Sulmona.
Come per la stragrande maggioranza degli italiani, anche qui la tradizione è semplice: a Natale ci si riunisce nella casa dei nonni. Ogni componente della famiglia porta con sé caratteristiche ben definite; i personaggi sono tratteggiati con una raffinatezza rara nel cinema comico.
Il film mostra un Natale da manuale: tavola imbandita, neve, carte, il servizio “buono”, la tv accesa. Tutto procede come da copione… finché uno dei genitori non fa un annuncio: non se la sentono più di vivere da soli e non vogliono finire in una casa di riposo. Da qui parte un’escalation che rivela le vere anime dei protagonisti e smaschera quella pace costruita a forza sotto l’albero.
Perché l’unione familiare dura giusto Natale e Santo Stefano. Così fratelli e cognati iniziano a discutere di nascosto per evitare di essere “eletti” a prendersi cura dei due anziani. Abbracciarsi e brindare va bene per due giorni, ma nessuno li vuole tra i piedi per tutto l’anno. E allora ecco il finale, potentissimo: se nessuno vuole assumersi la responsabilità, la via d’uscita diventa quella più brutale, affidata a una stufa che esplode e risolve il problema nel modo più repentino. E forse anche nel più adatto a questa famiglia, perché diciamocelo: Monicelli non è stato l’unico a desiderare che scoppiasse una bomba sotto il tavolo delle feste.
Il punto di vista è quello di uno dei nipoti, che a scuola racconta il proprio Natale senza sapere che la sua famiglia è finita sui giornali per un omicidio premeditato.
L’ipocrisia regna sovrana: non esistono buoni o cattivi, solo persone accomunate dallo stesso obiettivo — mantenere in piedi la recita del Natale senza dover affrontare il peso reale dell’amore, cioè la cura dei genitori.
Ed è proprio per questo che il film offre una visione cinica, ma terribilmente realistica, di una festività che conosciamo fin troppo bene.
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