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OPINIONI | Ah Girl, la dimensione fragile e relazionale dell’infanzia

Al Far East Film Festival, l’esordio di Ang Geck Geck Priscilla racconta l’infanzia come spazio fragile, dove lo sguardo si forma tra conflitto, percezione e verità emotive.

ROMA – Perché gli adulti non fanno altro che mentire?, si chiede sempre Swee Swee, che ha sette anni e vive tra la minuscola casa della madre e il vecchio appartamento del padre e della nonna, che si prende cura della sorella di cinque anni, che vende di nascosto le gomme da masticare che le porta la madre dal Giappone ai suoi compagni di scuola. Ah Girl, lungometraggio d’esordio di Ang Geck Geck Priscilla e in concorso al Far East Film Festival 28, è un lei contro tutti che sceglie di osservare un solo fronte per addentrarsi integralmente dentro uno sguardo infantile e restituire così la realtà non come dato oggettivo, reale, ma come costruzione emotiva in continua ridefinizione, dove la logica adulta appare frammentata, incoerente, incomprensibile, sempre sbagliata.

È in questa tensione tra comprensione e incomprensibilità che Ah Girl costruisce il proprio asse semantico, mettendo in scena una condizione liminale in cui l’infanzia non può essere spazio di innocenza, ma non è ancora pienamente accesso alla razionalità adulta. Ecco la domanda, ecco il costante chiedersi perché, ecco che allora c’è spazio solo per lo scontro, lo scontro con due genitori divorziati che non sembrano riuscire ad avere come priorità il benessere dei figli, lo scontro con la nonna che sembra essere la strega cattiva, lo scontro con la sorella minore che toglie spazio e attenzione. Tutto in Ah Girl è sembrare perché Ang Geck Geck Priscilla sceglie di costruire un movimento di identificazione che sovrappone lo spettatore a Swee Swee (la costante lotta della bambina di definire il proprio mondo è la nostra battaglia visiva), ma non si limita a osservare il mondo da quella prospettiva e gradualmente si apre alla comprensione più ampia che include anche gli adulti, i quali, pur apparendo inizialmente come figure antagoniste o quantomeno incapaci di comunicare, vengono restituiti nella loro complessità, come soggetti intrappolati in dinamiche relazionali e sociali che eccedono la loro volontà individuale.

Ah Girl si edifica attraverso un dispositivo narrativo che interroga implicitamente le modalità attraverso cui il trauma si trasmette e si rielabora, suggerendo come l’infanzia non sia semplicemente il luogo in cui il trauma si subisce, ma anche quello in cui si sviluppano le prime forme di resistenza e di auto-narrazione, i primi tentativi sbilenchi e goffi di definizione della propria persona. Ah Girl parte dal nucleo autobiografico della regista di Singapore e rifiuta ogni chiusura intimista per trasformarsi in un dispositivo aperto, capace di farsi spazio condiviso di riconoscimento e disallineamento, dove l’esperienza individuale si dilata fino a diventare traccia mobile di un’infanzia che non appartiene più soltanto a Swee Swee ma si offre come territorio comune, instabile e continuamente riscritto. Ah Girl non cerca dunque una verità definitiva, né una pacificazione, ma insiste su quella zona opaca in cui lo sguardo si forma proprio attraverso l’attrito, lasciando emergere un cinema che non spiega ma espone, che non risolve ma trattiene, e che proprio in questa sospensione trova la sua possibilità più autentica di esistere.

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