ROMA – Alla fine, la frase più memorabile del 79° Festival di Cannes non è arrivata sul red carpet. Né durante la premiazione. Ma in una conferenza stampa finale diventata, per qualche minuto, un piccolo spettacolo firmato Park Chan-wook.
Il presidente di giuria di Cannes 2026 – autore di film diventati pietre miliari come Oldboy e The Handmaiden – ha trasformato il momento più istituzionale del Festival in qualcosa di molto più umano, ironico e tagliente. Il motivo? Una battuta sulla Palma d’Oro che racconta perfettamente il rapporto ambiguo tra lui e Cannes: amatissimo dal Festival, celebrato negli anni, ma mai davvero premiato con il riconoscimento più importante.
Ed è da lì che si apre una riflessione più grande su questa edizione: una Cannes fatta di compromessi, divisioni condivise e scelte impossibili da rendere definitive. Non è un caso che la giuria abbia deciso di assegnare due premi ex aequo, sia per l’interpretazione sia per la regia, rifiutando di stabilire un vincitore assoluto.
Per Park Chan-wook, alcune decisioni semplicemente non potevano essere ridotte a una classifica. Così il premio per la regia è stato condiviso tra Pawel Pawlikowski per Fatherland e il duo spagnolo formato da Javier Calvo e Javier Ambrossi per The Black Ball. Stessa sorte per il premio alla recitazione, assegnato a Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden.
A conquistare la Palma d’Oro è stato invece Cristian Mungiu con Fjord, dramma morale interpretato da Sebastian Stan e Renate Reinsve. Una vittoria che riporta il regista rumeno nell’élite del Festival: è infatti la sua seconda Palma, diciannove anni dopo 4 Months, 3 Weeks and 2 Days.
Ma il dato forse più interessante è un altro: Cannes 2026 ha premiato quasi esclusivamente il cinema europeo. I due titoli americani in concorso, Paper Tiger e The Man I Love, sono usciti completamente a mani vuote. Un segnale preciso, in un’edizione che ha privilegiato autorialità, ambiguità morali e cinema profondamente radicato nelle identità culturali europee.
Accanto a Park Chan-wook, la giuria riuniva nomi diversissimi: da Demi Moore a Ruth Negga, passando per Chloé Zhao e Stellan Skarsgård. E forse proprio questa pluralità ha reso il verdetto finale meno netto, meno “politico” e più emotivo. Perché la sensazione, alla chiusura del Festival, è che questa giuria non abbia cercato il film perfetto. Ha cercato, piuttosto, opere impossibili da ignorare.
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