ROMA – C’è un’isola che diventa protagonista, un classico senza tempo che torna a interrogare il presente e un dialogo continuo tra teatro e cinema. La Tempesta, diretto da Giuseppe Scordio e Attilio Tamburini, arriva all’Ischia Film Festival con una proiezione speciale nella sezione Film girati a Ischia, dedicata ai progetti che valorizzano il territorio come parte integrante della narrazione. Una produzione iBeHuman e Spazio Tertulliano che rilegge l’ultimo capolavoro di William Shakespeare trasformando Ischia in uno spazio simbolico dove natura, arte e riflessione sull’uomo si incontrano. In occasione dell’evento abbiamo intervistato il regista Giuseppe Scordio e la direttrice della fotografia Francesca Mantero.

«Shakespeare ci parla ancora oggi»
La Tempesta è un’opera che continua a parlare al presente. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a reinterpretare oggi il capolavoro di Shakespeare?
Giuseppe Scordio: «La scintilla è nata dalla sensazione che La Tempesta sia un testo profondamente contemporaneo, forse oggi più che mai. Shakespeare racconta un mondo alla fine di qualcosa: un’isola, un naufragio, uomini costretti a fare i conti con il potere, il rancore, la colpa e la possibilità del perdono. Mi interessava ripartire da lì, da questa condizione di sospensione, per interrogare il nostro presente. Viviamo anche noi in un tempo attraversato da tempeste reali e simboliche: ambientali, interiori, sociali e il film non a caso è stato girato durante la pandemia. Reinterpretare Shakespeare oggi significa quindi provare a capire cosa resta dell’uomo quando viene spogliato delle sue certezze».
Nel film Ischia sembra assumere un ruolo che va oltre quello di semplice location. In che modo il territorio ha influenzato la costruzione del racconto e delle immagini?
Giuseppe Scordio: «Ischia non è stata semplicemente lo sfondo del film, ma una presenza viva, quasi un personaggio. La sua natura vulcanica, il mare, le rocce, la vegetazione, la luce e anche le sue zone più misteriose hanno influenzato profondamente il modo in cui abbiamo costruito le immagini. L’isola porta con sé un’idea di bellezza e di inquietudine insieme: è accogliente, ma anche arcaica, potente, imprevedibile. Questo dialogava perfettamente con La Tempesta, dove il luogo non è mai neutro, ma agisce sui personaggi, li trasforma, li costringe a rivelarsi».
Il progetto si muove tra teatro e cinema. Come ha lavorato per trovare un equilibrio tra questi due linguaggi senza che uno prevalesse sull’altro?
Giuseppe Scordio: «Il punto di partenza è stato rispettare la natura teatrale dell’opera senza limitarsi a filmare il teatro. Mi interessava conservare la forza della parola, della presenza dell’attore e del gesto, ma tradurla attraverso uno sguardo cinematografico. L’equilibrio è nato dal non considerare i due linguaggi come opposti, ma come strumenti complementari per creare un’opera sincretica e unica nel suo genere».
Il film affronta temi universali come il rapporto tra uomo e natura, il perdono e la speranza. Qual è la riflessione che spera rimanga nello spettatore dopo la visione?
Giuseppe Scordio: «Mi piacerebbe che lo spettatore uscisse dal film con l’idea che ogni tempesta, per quanto violenta, può diventare un’occasione di trasformazione. In un tempo in cui l’uomo sembra spesso voler controllare la natura, gli altri e persino il destino, Shakespeare ci ricorda che forse la vera grandezza sta nel riconoscere la fragilità propria e altrui».
Francesca Mantero: «Abbiamo lasciato che fosse la luce a raccontare Ischia»
La fotografia del film punta molto sulla luce naturale e su un approccio essenziale. Come avete costruito l’identità visiva di La Tempesta?
Francesca Mantero: «L’identità visiva è nata fin dai sopralluoghi. Abbiamo scelto un approccio essenziale, basato quasi sempre sulla luce naturale e su interventi minimi, cercando di lasciare spazio alla materia del paesaggio e alla presenza dei corpi. Prima di girare abbiamo osservato a lungo come la luce cambiasse nelle diverse ore del giorno, costruendo una fotografia coerente con quei mutamenti».
Ischia è un luogo dalla forte personalità visiva. Qual è stata la sfida nel raccontarla in modo originale?
Francesca Mantero: «Abbiamo cercato di evitare che fosse una semplice cartolina. Una scogliera, un sentiero nel bosco o una grotta sono diventati l’estensione dello stato d’animo dei personaggi. Per questo abbiamo privilegiato inquadrature in cui il paesaggio inglobasse gli attori, facendolo entrare naturalmente nel racconto».
Il film nasce dall’incontro tra linguaggio teatrale e cinematografico. In che modo questa contaminazione ha influenzato le vostre scelte?
Francesca Mantero: «Non volevamo cinematografare il teatro né teatralizzare il cinema. Prima delle riprese abbiamo osservato a lungo gli attori durante le prove teatrali e sul set abbiamo mantenuto lo stesso approccio, lasciando che la macchina da presa trovasse il proprio posto all’interno della scena».
C’è una sequenza che rappresenta meglio il lavoro svolto sulla fotografia?
Francesca Mantero: «Direi quella di Calibano nella grotta. Lo spazio era strettissimo e richiedeva una grande intensità fisica. Quella costrizione è diventata parte integrante della scena e sintetizza perfettamente il dialogo tra personaggio, paesaggio e luce che abbiamo cercato per tutto il film».
La Tempesta è una produzione iBeHuman e Spazio Tertulliano, diretta da Giuseppe Scordio e Attilio Tamburini. Nel cast figurano Stefano Annoni, Alberto Baraghini, Enzo Giraldo, Gustavo La Volpe, Alberto Mancioppi, Jasmine Monti, Zoe Pernici, Gianni Quillico e Maddalena Scordio. La fotografia è firmata da Francesca Mantero, i costumi da Sasha Nikolaeva e le musiche da Ekaterina Sheleova, Franco Parravicini e Clara Zucchetti.
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