ROMA – Kumail Nanjiani non fa finta di niente: l’onda lunga di Eternals se la ricorda benissimo, e non solo per la portata industriale del progetto. A distanza di tempo, l’attore è tornato a parlare di quel film – e soprattutto di ciò che gli è rimasto addosso dopo l’accoglienza fredda – spiegando che l’esperienza lo ha spinto a lavorare su di sé, fino ad arrivare alla terapia. Ma il punto, oggi, non è la rivalsa: è la consapevolezza di quanto sia facile confondere il giudizio su un’opera con il giudizio su una persona.
Nanjiani racconta nel podcast Wild Card di NPR di aver vissuto male l’impatto delle reazioni, anche perché si era caricato addosso aspettative enormi: non solo l’idea di entrare nel “meccanismo Marvel”, ma anche l’immaginazione di un futuro lungo dentro quel mondo. Poi sono arrivati i commenti, le recensioni, la sensazione di essere esposto. E lì, dice, è scattato qualcosa: l’ossessione di controllare tutto – compreso ciò che non si può controllare.
La lezione, in fondo, è semplice e brutale: non si decide come verrà accolto un film, e men che meno si può vivere inseguendo la reazione altrui. Nanjiani lo formula con un pragmatismo che suona quasi liberatorio: «Non posso scegliere cosa penseranno i critici», e l’unico terreno su cui vale la pena restare è quello del lavoro fatto. Non a caso aggiunge di essere «molto orgoglioso» della sua performance e di non voler cambiare nulla di come ha interpretato Kingo, anche alla luce di ciò che è successo dopo.
È una posizione che ribalta la narrazione più comoda – quella del “film frainteso” o del “pubblico ingrato” – e la sostituisce con qualcosa di più adulto: l’idea che un progetto possa andare storto (o essere percepito come tale) senza che questo cancelli il valore di ciò che hai portato sul set.
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