ROMA – C’è una parola che torna spesso parlando di Lovita: appartenenza. Non come concetto astratto, ma come qualcosa che si perde, si incrina, si cerca di ricostruire. Il nuovo film di Vito Vinci, in arrivo al cinema dal 23 aprile, parte da una storia intima per allargarsi a uno sguardo più ampio, che riguarda una città, una comunità e, in fondo, una generazione intera.
Ambientato in una Roma attraversata da trasformazioni profonde, Lovita segue il ritorno di una giovane insegnante nel suo quartiere di origine, un luogo che non è più quello che ricordava. La perdita personale – quella della madre – si intreccia così a una perdita collettiva: quella di un’identità che sembra dissolversi sotto il peso della speculazione e di un presente sempre più veloce, digitale, distante.
Al centro del racconto c’è il tentativo di salvare “Il Cantiere”, uno spazio culturale che diventa simbolo di resistenza e di possibilità. Ma è una resistenza fragile, mai eroica, fatta più di tentativi che di certezze. È proprio qui che il film trova il suo tono: non nel racconto di chi vince, ma di chi continua a provarci, anche quando non è chiaro se serva davvero.
Nel nostro incontro in redazione, Vito Vinci racconta un film che nasce dal bisogno di osservare il presente senza semplificarlo. La solitudine che attraversa i personaggi, infatti, non è mai urlata, ma si insinua nei gesti quotidiani, nelle relazioni, nei silenzi. È una solitudine che convive con la connessione costante, con i social, con un mondo in cui si è sempre visibili ma non necessariamente più vicini.
Allo stesso tempo, Lovita introduce elementi più spiazzanti, come il progetto del sito “anti-porno”, che diventa una chiave per interrogarsi sul modo in cui oggi viviamo il desiderio. Non una provocazione fine a sé stessa, ma un tentativo – forse ingenuo, forse necessario – di restituire complessità a qualcosa che sembra sempre più ridotto a consumo.
Girato con una nuova generazione di attori formati al Duse Studio, il film costruisce un racconto corale, dove i personaggi si muovono dentro una Roma notturna, sospesa, a tratti quasi onirica. Una città che non è solo sfondo, ma presenza viva, mutevole, specchio di ciò che accade dentro chi la attraversa.
Lovita non dà risposte nette. Piuttosto, lascia aperte delle domande: su cosa significa restare, su cosa significa andare via, su quanto sia ancora possibile riconoscersi in un luogo e negli altri. E forse è proprio in questo spazio incerto che il film trova il suo senso più autentico.
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