Gioia Pepe sembra avere una vita già definita. Poi qualcosa la mette in crisi. Quanto è fragile, secondo te, l’idea che abbiamo di noi stessi?
L’idea che abbiamo di noi stessi può essere molto fragile o molto resistente a seconda della consapevolezza che abbiamo conquistato. Più si evolve e più l’idea che abbiamo costruito di noi può trasformarsi. Entrare in crisi è inevitabile, è un processo che può fare anche paura.
Nel momento in cui emerge una verità familiare, non cambia solo il passato: cambia il modo in cui lo guardi. È lì che nasce davvero un personaggio?
Un personaggio vive anche in virtù del suo passato. La relazione con ciò in cui abbiamo creduto può trasformarsi, ma niente va mai rinnegato. Non sarebbe sano.
Parallelamente sei in tournée con “Le Gratitudini”, uno spettacolo che ruota intorno al valore delle parole e del “dire grazie”. C’è una parola che oggi senti di aver perso – o che invece stai imparando a usare davvero?
Sto imparando a usare di più la parola “equilibrio”. Quando si vivono in armonia tanti aspetti della vita ti senti ancora più grata per tutto ciò che hai.
Cinema e teatro chiedono due tipi di verità diversi: uno più trattenuto, uno più esposto. Dove senti che non puoi mentire, nemmeno per un secondo?
Ogni volta che affronto un ruolo, indipendentemente dal linguaggio (teatrale o cinematografico) sento una grande responsabilità. Verso la storia e verso il pubblico. I personaggi sono persone e servono sempre volti autentici, mai maschere.
I tuoi personaggi si muovono spesso tra ciò che mostrano e ciò che nascondono. Per te, recitare significa avvicinarsi a una verità o imparare a starci dentro senza risolverla?
Recitare per me vuol dire creare un mondo credibile e profondo, mettendo in conto che la verità ha anche un aspetto inafferrabile, perché vive di prospettive. Da attrice mi piace pormi molte domande quando lavoro, per me contano più delle risposte. Non è importante la soluzione, ma il viaggio che si compie.
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