ROMA – Raccontare una storia vera significa assumersi una responsabilità in più, soprattutto quando quella storia parla di memoria, sport e identità. In Il Marciatore, Andrea si confronta con l’infanzia di Abdon Pamich, scoprendone il peso emotivo passo dopo passo, direttamente sul set. Ne nasce un racconto fatto di rispetto, ascolto e consapevolezza, in cui il cinema diventa uno strumento per guardare oltre la fatica e restituire senso a ciò che spesso diamo per scontato.

Andrea, ti chiedo subito: cosa hai sentito nel raccontare una storia vera così importante?
Onestamente, all’inizio non avevo capito tutta l’importanza storica. Pensavo al set, al personaggio, al fatto che stavo girando un film.
La vita di Abdon Pamich l’ho scoperta mentre lavoravo e quello che ho sentito è stato soprattutto rispetto, ma anche un forte senso di ingiustizia per tutto quello che gli è successo da ragazzino.
Come ti sei preparato per entrare nei panni di Abdon bambino, soprattutto dal punto di vista emotivo?
Non ho mai pensato di poter capire davvero fino in fondo Abdon Pamich: la sua vita è unica e io non ho vissuto niente di simile.
Con la regia ho lavorato scena per scena. Se c’era la stanchezza fisica, ripensavo a un allenamento particolarmente pesante; se c’era la tristezza, pensavo a una scena di un film, a un mio ricordo o a un capitolo di un manga che mi aveva intristito.
Per restare dentro emozioni come la solitudine o la paura, ho provato a pensare alle volte in cui anche io mi sono sentito escluso o in ansia.
Secondo te, perché è importante che anche i ragazzi della tua età vedano film come Il Marciatore?
Posso dire quello che ha lasciato a me, che credo sia il motivo per cui film come Il Marciatore possono parlare anche a noi: fanno guardare la fatica e lo sport in modo diverso e ti fanno accorgere che dietro c’è molto di più di quello che pensavi.
Qual è invece il tuo rapporto personale con lo sport?
Adoro lo sport, sia praticarlo che seguirlo. Ho provato un po’ di tutto: calcio, nuoto, sci, snowboard, barca a vela… ma alla fine quello che mi è rimasto è il tennis, che pratico da quando avevo sette anni.
Ci sono giorni in cui va bene e giorni in cui faccio più fatica, però spesso la fatica è più prima che durante, perché alla fine, quando sono lì, mi diverto sempre.
Sei giovane e hai tanta strada davanti: c’è un regista o un attore con cui ti piacerebbe lavorare?
Anche se finora ho interpretato soprattutto ruoli drammatici, la commedia è un genere che mi piace molto. Il mio sogno sarebbe lavorare con Paola Cortellesi. E anche con Edoardo Leo: i suoi film mi fanno sempre ridere ma anche pensare. Follemente, l’anno scorso, l’ho visto quattro volte al cinema.
Direi che, intanto, mi conviene studiare!
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