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Perché Ghost Stories è destinato a diventare un piccolo grande cult

Martin Freeman, i fantasmi, quella regia impeccabile. Il nostro consiglio? Un horror da (ri)vedere

Una provocazione: dopo aver visto Ghost Stories – lo trovate su CHILI – le vostre giornate non saranno più le stesse. No, perché ogni ombra, ogni brivido che potrà sembrare frutto di ciò che la mente vuole vedere, sarà invece qualcosa di tremendamente reale. Un horror così ben riuscito mancava da tempo e il film diretto da Andy Nyman e Jeremy Dyson – membri del quartetto comico The League of Gentlemen – colpisce subito grazie a pochi elementi, inseriti però nel posto e nel momento giusto. Un’estetica impeccabile e sì, i fantasmi. Paurosi, inquietanti, oscuri. Ma anche incredibilmente affascinanti, capaci di catturare l’attenzione in un vortice masochistico che fa (in)volontariamente finire nelle braccia della paura, nel senso più puro del termine.

Silenzio, paure e fantasmi: Martin Freeman in Ghost Stories.

Prima una pièce teatrale – debutto a Liverpool nel 2010, poi da Toronto a Mosca fino a Sydney e Lima – e ora un film, Ghost Stories ha nel suo charme autoriale la forza più grande. Del resto, quando si è fans del genere – come Nyman e Dyson si sono definiti – si comprende meglio come applicare certi canoni, pur rendendoli nuovi, diversi, finalmente stimolanti. Un po’ come succede al professor Philip Goodman (lo stesso Nyman), noto per il suo scetticismo nei confronti di tutto ciò che comprende il sovrannaturale. One-man-show di un programma che smonta false apparizioni, la sua prospettiva sul paranormale cambia quando indaga su tre casi: quello del guardiano notturno Tony Matthews (Paul Whitehouse), quello del teenager Simon Rifkind (Alex Lawther) e quello del gentiluomo borioso Mike Priddle (Martin Freeman).

Andy Nyman con Freeman in un altro momento del film.

Se la confezione di Ghost Stories è curata nei minimi dettagli, la sorpresa che troviamo, scena dopo scena, lo annovera fin da ora ad un cult del genere horror. E fa anche ben sperare, insieme a titoli come It Follows, Babadook o Quella Casa nel Bosco, per un futuro capace di dare nuovi brividi al filone. Opera destinata a durare, il film si appropria del linguaggio horror citando nomi come Kubrick, Hitchcock, Raimi e, soprattutto, David Lynch. Ritroviamo così le atmosfere – e la campagna dello Yorkshire, dov’è girato, aiuta – che spaziano dall’onirico all’orrorifico più classico, facendo delle tre storie gli indizi di un indovinello rivelatore e sconcertante.

Alex Lawther nel bosco, da solo, con la macchina in panne.

Tre indizi, tre attori, tre modi di recitare diversi e potenti: se Paul Whitehouse è amatissimo in patria e già conosciuto, riscopriamo qui un sorprendente Alex Lawther (visto e amato nella serie The End of the F***ing World) sulla strada per diventare un grande nonché un inaspettatamente sinistro Martin Freeman, capace di far sua la scena come pochi altri. Del resto, il male, si nasconde proprio dove meno te lo aspetti. Imperdibile.

  • Volete (ri)vedere Ghost Stories? Lo trovate su CHILI
  • Qui sotto, invece, potete vedere una clip del film

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