ROMA – Il mancato finanziamento al documentario su Giulio Regeni è diventato in poche ore un caso politico e culturale. La decisione del Ministero della Cultura di escludere il progetto dai contributi pubblici selettivi ha infatti innescato una serie di reazioni a catena: dalle interrogazioni parlamentari alle dimissioni di due membri della commissione incaricata di valutare i progetti cinematografici. Al centro della vicenda c’è Tutto il male del mondo, il documentario diretto da Simone Manetti e dedicato alla storia del ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso al Cairo nel 2016, un caso che ancora oggi rappresenta una ferita aperta per il Paese.
Il film non ha ottenuto alcun finanziamento nell’ambito dei fondi selettivi destinati al cinema, una scelta che ha sollevato interrogativi immediati, anche alla luce del valore simbolico e civile del progetto. Secondo quanto emerso, altri titoli considerati meno rilevanti sul piano sociale avrebbero invece ricevuto contributi, alimentando il confronto sui criteri adottati dalla commissione. Le opposizioni hanno portato il caso in Parlamento, chiedendo al ministro della Cultura Alessandro Giuli di chiarire le motivazioni della decisione. Alcuni esponenti politici parlano apertamente di una scelta “politica” o addirittura di una forma di censura, mentre il ministro è atteso a rispondere durante il question time alla Camera.
A rendere ancora più evidente la tensione è arrivata la scelta di due membri della commissione ministeriale, Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, di dimettersi dai rispettivi incarichi. Mereghetti, critico cinematografico, ha parlato di una decisione legata a una questione di “coerenza”, pur non essendo direttamente coinvolto nella valutazione del documentario. Galimberti, invece, ha lasciato la commissione sottolineando una distanza rispetto ad alcune scelte compiute dall’organo. Le dimissioni rappresentano uno degli elementi più significativi della vicenda, perché mostrano come la questione non sia rimasta confinata al dibattito esterno, ma abbia inciso anche all’interno delle strutture decisionali.
Sul fronte dell’industria, la presa di posizione più netta è arrivata dal produttore Domenico Procacci, che ha definito l’esclusione del film una scelta non artistica ma “solo politica”. Secondo Procacci, il documentario — già completato, distribuito e premiato — non può essere valutato come un progetto qualsiasi, sottolineando come il mancato sostegno pubblico non riguardi la qualità dell’opera, ma una valutazione di altro tipo. Parole che hanno contribuito ad amplificare il dibattito, spostando il tema dal singolo film al funzionamento complessivo del sistema di finanziamento del cinema.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio, dove il rapporto tra cultura, politica e memoria pubblica torna al centro della discussione. Il caso Regeni, per la sua rilevanza internazionale e per le implicazioni ancora aperte sul piano giudiziario e diplomatico, è da anni uno dei temi più sensibili del dibattito italiano. Proprio per questo, la mancata assegnazione dei fondi a un progetto che ne racconta la storia assume un significato che va oltre la dimensione produttiva, toccando questioni legate alla rappresentazione, alla responsabilità culturale e al ruolo delle istituzioni.
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