ROMA – Dopo mesi trascorsi a interrogarsi sulla crisi del cinema italiano, sulla distanza crescente dal pubblico e sulla perdita di peso culturale del nostro sistema audiovisivo, la serata dei David finisce per lasciare l’impressione di un’altra opportunità mancata. Questo non toglie nulla a chi ha vinto: i premi assegnati riconoscono lavori e carriere che meritano rispetto. Ma una cerimonia non si giudica soltanto per quello che premia. Si giudica anche per quello che sistematicamente non riesce a riconoscere. Vedere un film di Paolo Sorrentino arrivare con quindici candidature e uscire senza neppure un premio, per il secondo anno consecutivo, non è soltanto una curiosità statistica. È il segnale di un cortocircuito culturale che il cinema italiano continua a produrre contro sé stesso. Un gesto che vale più di qualsiasi analisi di mercato, perché rivela qualcosa che i dati da soli non riescono a raccontare: il modo in cui un sistema percepisce e tratta i propri protagonisti più visibili.
Non perché un autore debba vincere per diritto divino o per carriera. Il punto è diverso. Un’industria che lamenta continuamente la perdita di centralità internazionale non può permettersi di trattare con tale freddezza uno dei pochissimi registi italiani contemporanei che possiedano ancora un’identità immediatamente riconoscibile nel mondo. Sorrentino, piaccia o meno, resta un marchio culturale italiano globale. Uno stile, una grammatica visiva, un immaginario esportabile. Elementi sempre più rari nel panorama europeo contemporaneo, dove la serializzazione della forma e la standardizzazione del racconto hanno progressivamente eroso le poetiche individuali.

Il cinema italiano ha costruito la propria reputazione internazionale esattamente su questo: sulla riconoscibilità degli autori. Fellini, Antonioni, Rosi, Taviani. Nomi che erano stili prima ancora che filmografie. Oggi quel patrimonio si è assottigliato fino a diventare quasi una rendita di posizione, evocata nei discorsi ufficiali e sistematicamente ignorata nelle pratiche concrete. Sorrentino è tra i pochissimi che abbiano saputo costruire qualcosa di paragonabile nell’era contemporanea. Non un epigono. Un continuatore che ha trovato una propria lingua. E non è solo. Luca Guadagnino e Alice Rohrwacher sono, insieme a lui, i registi italiani più presenti nei circuiti internazionali, più studiati, più distribuiti. Nessuno dei tre ha mai vinto un David di Donatello. Non è una coincidenza. È un pattern. Quindici nomination senza alcun riconoscimento per il secondo anno consecutivo producono allora una sensazione precisa: quella di un sistema che preferisce spesso riequilibrare gli equilibri interni piuttosto che valorizzare davvero il peso culturale dei propri protagonisti. Una dinamica antica del nostro Paese. Prima si costruiscono gli autori come simboli internazionali, poi li si ridimensiona quasi con fastidio, come se il successo diventasse una colpa da compensare. Come se la visibilità guadagnata altrove rendesse sospetta la legittimità di un riconoscimento domestico.
Esiste in Italia una diffidenza quasi strutturale verso chi supera troppo il proprio contesto. Quando un autore diventa più grande del sistema che lo circonda, smette di essere percepito come una risorsa e diventa un problema da riequilibrare. Il sistema si compatta intorno a proporzioni più gestibili, a carriere più controllabili, a narrazioni che non mettano in discussione la mappa interna del potere culturale. Il risultato finale rischia però di essere devastante soprattutto sul piano simbolico. Perché il pubblico osserva. E continua a percepire premi, festival e cerimonie come mondi chiusi, sempre più autoreferenziali, spesso scollegati dalla reale capacità delle opere di incidere nell’immaginario collettivo. Ogni edizione che si conclude con questa sensazione allarga un po’ di più la distanza tra chi produce cultura istituzionale e chi quella cultura dovrebbe abitarla.

Esiste poi una questione di credibilità internazionale che nessuno sembra voler affrontare con onestà. I David di Donatello sono seguiti, citati, rilanciati. Sono parte del racconto che l’Italia fa di sé stessa nel mondo dello spettacolo. Per due anni consecutivi il premio più importante del cinema italiano comunica al mondo che il suo autore contemporaneo più riconoscibile può essere celebrato nelle candidature ma ignorato nei riconoscimenti. Una forma sofisticata di provincialismo travestita da pluralismo. Nel frattempo, a Hollywood, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, con i suoi oltre diecimila membri votanti, ha introdotto una regola semplice e radicale: il voto finale si sblocca soltanto per chi ha visto tutti i film candidati in ciascuna categoria. Nessuna eccezione. L’obiettivo dichiarato è eliminare il voto per inerzia, per reputazione, per appartenenza. Garantire che ogni premio corrisponda a una visione reale e a un giudizio informato. È la direzione opposta a quella che il nostro sistema sembra seguire.
Il problema non riguarda soltanto Sorrentino, né si esaurisce nel mancato premio al film nelle categorie più attese. Riguarda anche i silenzi nelle categorie tecniche, dove il giudizio dovrebbe essere più oggettivo e meno esposto alle dinamiche di potere culturale. Il trucco del protagonista Servillo era, a detta di molti, tra i lavori più raffinati e visivamente audaci dell’intera stagione. Nessun riconoscimento neppure lì. Quando l’esclusione è così sistematica da attraversare ogni categoria, dalla regia al trucco, dal montaggio alla fotografia, smette di essere una valutazione estetica e diventa una presa di posizione. Riguarda un sistema culturale che continua a chiedersi perché perda rilevanza globale senza accorgersi che, troppo spesso, è il primo a indebolire i propri ambasciatori culturali più forti. Un sistema culturale maturo non teme gli autori forti. Li utilizza come locomotive simboliche. Solo i sistemi insicuri trasformano il talento riconosciuto nel mondo in un bersaglio domestico.
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