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Beast | Idris Elba e un survival movie dai risvolti umani. E animali

Un leone, una famiglia, il Sud Africa, la natura da rispettare: Baltasar Kormákur e il suo thriller ecologistico

Idris Elba, Iyana Halley e Leah Sava Jeffries nel banner di Beast
Idris Elba, Iyana Halley e Leah Sava Jeffries nel banner di Beast

ROMA – Pochi registi sanno passare da un genere all’altro come Baltasar Kormákur. Tutti i suoi film, però, che siano Everest, Cani Sciolti o Resta Con Me (giusto per citare i nostri preferiti), hanno in comune un tratto riconoscibile che rielabora in modi altrettanto sorprendenti l’elemento della famiglia. Elemento trainante anche in Beast, survival movie duro e puro che ci porta a respirare (letteralmente) l’odore denso e caldo del Sud Africa, per la precisione nella riserva di Mopani. Protagonista del racconto, scritto da Ryan Engle, è il dottor Nate Samuels (Idris Elba) che porta le sue figlie Meredith e Norah (Iyana Halley e Leah Sava Jeffries) a conoscere la terra natia della loro defunta mamma.

Qui, tra cicale enormi, mosche invadenti e panorami unici, Nate si affida alla guida del suo amico Martin (Sharlto Copley) per un safari che si rivelerà una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Il motivo? Un leone, sfuggito ad un gruppo di spregevoli bracconieri, è intento a vendicarsi, aggredendo qualsiasi umano che incontra. L’aggiunta di pensiero, in questo caso, è obbligatoria: come dare torto al leone? Pensiero ovviamente sposato anche dagli autori che non delineano il leone come il villain del film, bensì come l’esplosione rabbiosa di una natura costantemente minacciata dall’uomo. Discorso che funziona, e che diventa il pretesto per un film ad alto tasso spettacolare.

L’obiettivo di Beast, infatti, sorretto dal fisico adatto di Idris Elba, è quello di intrattenere e di stupire gli spettatori, trascinandoli in una cornice cinematografica poco battuta (la savana africana) che diventa scenario funzionale di un thriller disfuzionale. In questa direzione è ottimo il lavoro grafico fatto attorno al leone, ricostruito in CGI, seguito e in seguito dal regista con la giusta reverenza scenica, nonostante sia – appunto – creato digitalmente. Una parentesi che apre ad una riflessione: perché sfruttare animali selvatici per i film quando oggi la tecnologia a disposizione ha raggiunto livelli eccellenti?

In fondo i messaggi di Beast, dietro il suo approccio che si rifà alla semplicità dei blockbuster Anni Novanta, sono certamente nobili: una natura da rispettare e una biodiversità da tutelare, nonché i risvolti umani affidati alla famiglia Samuels. Ecco allora l’elaborazione del lutto che passa attraverso un successivo shock, la riscoperta delle proprie radici, l’apertura e l’ascolto famigliare. Per questo la pellicola di Kormákur, che ha abbandonato i tratti gelidi di Everest e The Deep, sprigiona un notevole calore, finendo per empatizzare sia con i protagonisti umani sia con il leone, con cui condividiamo il disprezzo per i bracconieri. Chiaro, Beast come detto va preso e inteso per quello che è. Non è certo un film memorabile, ma non è nemmeno l’ennesimo survival movie dai risvolti sciatti, e anzi gli riesce bene il parallelo tra leoni e uomini. Perché, sarà anche scontato ma è sempre bene ricordarlo: le vere “bestie” non sono di certo gli animali.

Qui il trailer di Beast:

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