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IL SENSO DI UN PAESE I Gianfranco Pannone: «Un paese esiste se c’è vita. E il futuro passa anche da qui»

Dall’anonimato delle grandi città alla riscoperta delle comunità, dalla lezione di Zavattini al cinema di Franco Piavoli. Il regista racconta l’ottava edizione de Il Senso di un Paese, il festival che dal 30 ottobre al 1° novembre torna a Barbarano Romano per interrogarsi sul futuro dei piccoli centri italiani.

ROMA – C’è una differenza sottile, eppure decisiva, tra un luogo da visitare e un luogo da abitare. Il primo si lascia fotografare, il secondo chiede di essere vissuto. Di conoscerne le persone, attraversarne le contraddizioni, accettarne persino la noia. È una distinzione che Gianfranco Pannone conosce bene e che, da otto anni, prova a trasformare in un progetto culturale con Il Senso di un Paese, il festival antropologico, sociale e comunitario che torna a Barbarano Romano, dal 30 ottobre al 1° novembre, con un’edizione intitolata Il paese che fu, che è e che sarà. In un’Italia che riscopre i piccoli centri soprattutto attraverso il linguaggio del turismo, Pannone sceglie di percorrere una strada diversa. Non gli interessa l’immagine rassicurante del borgo da cartolina, né la nostalgia per un passato irripetibile. Gli interessa ciò che resta quando i visitatori se ne vanno: le relazioni, il lavoro, la memoria, la possibilità di costruire una vita. E soprattutto ciò che rischia di scomparire insieme agli abitanti di un paese.

Il suo è anche uno sguardo da documentarista, abituato a cercare le storie dove spesso gli altri vedono soltanto un paesaggio. Uno sguardo che deve molto alla curiosità di Cesare Zavattini e che trova un’affinità naturale con il cinema di Franco Piavoli, protagonista dell’omaggio di questa edizione. Tra incontri, tradizioni popolari, riflessioni sulla sostenibilità e nuovi laboratori cinematografici, il festival diventa così un modo per porre una domanda che riguarda tutti, anche chi vive nelle metropoli: che cosa perdiamo quando smettiamo di sentirci parte di una comunità?Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pannone, partendo proprio dal significato di quella parola, paese, che oggi sembra avere bisogno di essere riscoperta.

Gianfranco, siamo arrivati all’ottava edizione de Il Senso di un Paese. Che cosa significa oggi, per te, dare un senso a un paese? E come è cambiata questa idea dalla prima edizione?

«In un paese sai chi nasce (oggi pochi, purtroppo, a dire il vero) e chi muore, cosa che in una grande città accade di rado. Il senso di un paese è anche in questo se pensiamo a quanto, per molti versi, siano diventati aridi i nostri tempi. Qualche tempo fa a Roma, dove abitualmente vivo, mi è capitato di sapere della scomparsa di un anziano signore che abitava nel mio palazzo solo dopo due mesi e questa cosa ancora non me la perdono. Insomma, l’anonimato può anche far comodo o piacere certe volte, ma non poche altre provoca distrazione e indifferenza. E, in un momento in cui l’attenzione verso la cosiddetta “Italia minore” si è fatta rilevante, il festival antropologico, sociale e comunitario che dirigo da otto anni con un appassionato gruppo di lavoro che comprende barbaranesi e non, tiene ben a distanza l’idea edulcorata e televisiva del piccolo borgo da visitare nei weekend manco fosse un luogo fatato. Un paese per noi esiste se c’è vita, che significa buona economia, cultura e soprattutto consapevolezza della propria storia e identità in chi lo vive da dentro. Ecco, lungo otto anni tra noi questo sentirsi parte integrante del paese e condividerlo con chi ci sta tutto l’anno è diventato necessario, direi anche etico».

Hai dichiarato che proprio nei paesi potrebbe esserci un futuro più umano e sostenibile. Che cosa possono insegnare oggi i piccoli borghi alle grandi città?

«Come ti dicevo alla parola borgo, molto in uso sulla televisione generalista e anche nei magazine, preferisco paese, termine meno inflazionato. L’umanità e la sostenibilità la vedo nel rapporto più diretto e genuino che ho con la gente rispetto alla grande città. Niente di idealizzato in questo, di un paese ti prendi sia le luci che le ombre, perché si fa tutto più visibile e dunque certe volte persino più aspro. Frequento assiduamente Barbarano da venticinque anni e ho imparato a capire che a Roma sono un mezzo prigioniero. Ripeto, il paese non va visto e vissuto come un paradiso, ma il contatto con la gente e, aggiungo, con la natura, ti restituisce un senso del tempo più dilatato e disteso, noia compresa, che è qualcosa di cui abbiamo necessità per meglio comprendere la bellezza di ciò che ci circonda».

Sei un documentarista che ha sempre prestato attenzione alle persone e ai territori. Quanto c’è del tuo modo di intendere il cinema nella filosofia di questo festival?

«Essere molto curiosi, come insegna il grande Cesare Zavattini, e vivere le cose da dentro, ma adottando quella che il buon giornalista chiama la giusta distanza. È in questi due approcci la mia filosofia da regista-documentarista. Che, se ha le idee chiare, non ha paura di farsi trasportare dall’imprevedibilità, ma piuttosto ne gode per accrescere la propria narrazione e il proprio stile. Credo che un buon artista debba anche sentirsi un po’ dilettante, come accade spesso nella vita. Per me, insomma, non bastano solo tecnica e professionalità a fare un regista. E questo mi auguro influenzi anche “Il senso di un paese”. Fortuna che nessuno di noi del gruppo di lavoro soffra ansie da prestazione o ambisca a “fare fuffa”. Il nostro festival è piccolo e resta tale proprio perché ha qualcosa da trasmettere; un sentimento che affonda le proprie radici nel condividere onori ed oneri del vivere comunitario, sperando di vedere un giorno più bambini correre nel paese. E non è un caso che, dopo Marco Bellocchio, che con Marco Müller è di casa da queste parti, il consueto omaggio al grande regista quest’anno lo dedichiamo a Franco Piavoli, vero e proprio poeta della provincia».

Avete organizzato due workshop di cinema dedicati al territorio e presto nascerà un film documentario intitolato proprio Il Senso di un Paese. Che cosa avete scoperto guardando Barbarano Romano attraverso gli occhi dei partecipanti?

«Barbarano piace molto ai giovani perché è piccola, accessibile, tranquilla e, dagli etruschi in poi (qui c’è anche l’area archeologica di San Giuliano, che di recente è stato luogo di nuove importanti scoperte), ricca di storia e umanità. L’ho verificato proprio nei due workshop di cinema documentario che ho condotto in questi ultimi due anni con l’Associazione Tuscia Nuova, partendo dai quali è in piena realizzazione un film documentario che prende il titolo dal festival stesso. E poi sono tanti i ragazzi e le ragazze che vengono a camminare da queste parti, lungo i sentieri del Parco regionale Marturanum che circonda il paese e dove da pochi anni è tornato pure il lupo. Ripeto, non è il paradiso, ma a Barbarano si conduce una vita a misura d’uomo di cui un po’ tutti in questi tempi difficili sentiamo maggiormente il bisogno».

Nel programma trovano spazio i poeti a braccio, i cantastorie, la danza e il cinema. Che cosa accomuna linguaggi artistici apparentemente così diversi?

«Il senso di un paese si rivolge alle arti con lo scopo di mettere in luce le potenzialità di un piccolo abitato. Il cinema, la musica, la danza, le buone letture… sono anche un pretesto per provare a comprendere come un paese dell’area interna possa rigenerarsi dal rischio di abbandono e spopolamento. Le potenzialità ci sono tutte, ma senza il fare si ottiene ben poco. Ecco perché, durante la mattinata del terzo giorno di festival abbiamo organizzato “Il cerchio dei paesi”, in cui sono stati chiamati alcuni artisti e operatori culturali (il musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna, l’antropologo Filippo Tantillo, gli amici del “Cinemittu” di Longone Sabino…) a parlare delle loro esperienze positive nei luoghi cui sono legati; scelte e iniziative che hanno contribuito a far crescere l’attenzione verso paesi che rischiavano l’oblio. Per far questo bisogna guardare con attenzione al passato, ma sempre “con lo sguardo dritto e aperto nel futuro”, come cantava Pierangelo Bertoli. Ed è così che quest’anno ospitiamo venerdì 30 pomeriggio nella Piazzetta dei poeti a braccio e davanti al complesso di Sant’Angelo sia cantori in ottava viterbesi che del reatino, che continuano a mantenere viva una tradizione del centro Italia; e poi sabato 31 mattina, sempre a Sant’Angelo, abbiamo organizzato un incontro scientifico su clima, energia e territorio, in cui si parlerà anche di soluzioni sostenibili per un paese con meno di mille abitanti. Ecco perché, in accordo con l’Amministrazione Comunale di Barbarano e con il Parco Marturanum, che fin dall’inizio sostengono il festival, l’edizione di quest’anno l’abbiamo intitolata “Il paese che fu, che è e che sarà”».

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