TODI – Ci sono film destinati a diventare leggendari anche attraverso i propri fallimenti. Heaven’s Gate – I cancelli del cielo, il monumentale western diretto da Michael Cimino nel 1980, è uno di questi. Un’opera segnata da una lavorazione imponente e da un clamoroso insuccesso commerciale, prima di essere progressivamente riscoperta e rivalutata come uno dei grandi film americani del secondo Novecento. A raccontare oggi quell’esperienza attraverso uno sguardo inedito è Susan Bridges, fotografa statunitense e moglie dell’attore Jeff Bridges, che seguì da vicino le riprese del film immortalando volti, paesaggi e momenti lontani dalla macchina da presa. Le sue immagini sono protagoniste di Susan Bridges: Heaven’s Gate, la mostra curata da Gianluca Marziani e ospitata nella trecentesca Sala delle Pietre di Todi, in Umbria, dal 17 ottobre 2026 al 7 gennaio 2027. Per la prima volta in Europa, dopo l’anteprima americana, gli scatti realizzati durante la lavorazione del film diventano il racconto autonomo di un’avventura cinematografica irripetibile. Fotografie in bianco e nero, realizzate anche attraverso l’utilizzo di una macchina panoramica Widelux, che restituiscono l’atmosfera del set, la dimensione umana dei suoi protagonisti e la vastità dei paesaggi del Montana.
Ai microfoni del Direttore di Hot Corn Dario Cangemi, Susan Bridges ripercorre quei mesi trascorsi accanto a Michael Cimino, Vilmos Zsigmond e Jeff Bridges, raccontando la libertà di fotografare senza i vincoli di una fotografa di scena ufficiale. Ma il suo sguardo si spinge anche oltre il cinema, fino alle contraddizioni dell’America contemporanea e al trattamento riservato agli immigrati, uno dei temi che rendono Heaven’s Gate ancora sorprendentemente attuale.
”Jeff e io abbiamo festeggiato il nostro secondo anniversario di matrimonio sul set di Heaven’s Gate. Ero felicissima che le riprese si svolgessero in Montana, perché avevo studiato all’Università del Montana, a Missoula, e avevo molti amici nella zona. Abbiamo girato nel Glacier National Park e nei dintorni, una regione bellissima e selvaggia dell’Ovest americano.
All’epoca studiavo fotografia a Los Angeles e vedevo le riprese del film come un’occasione per fotografare tutto. Non ero la fotografa di scena, incaricata di documentare la realizzazione del film, quindi ero libera di stare sul set durante le prove e le riprese, ma anche di muovermi dietro le quinte. Potevo farlo grazie al sostegno del regista Michael Cimino, della produttrice Joann Carelli e del direttore della fotografia Vilmos Zsigmond. Sapevo quando tenermi in disparte e quando potevo avvicinarmi per scattare qualche foto. Ciò che ricordo di quel periodo è la libertà che avevo di catturare questo momento straordinario. Quando ripenso a quel periodo, ricordo l’entusiasmo e la sensazione di far parte di qualcosa di importante e creativo”.
Lei ha vissuto il set da una posizione privilegiata, ma con uno sguardo diverso da quello della troupe. Che atmosfera si respirava durante le riprese? C’era la consapevolezza di partecipare a qualcosa di straordinario?
”Nei momenti liberi dalle riprese, gli attori erano impegnati nel «Camp Cimino»: lezioni di equitazione, uso delle armi, pattinaggio a rotelle e altre attività di preparazione per le giornate che ci attendevano. Io non partecipavo a queste lezioni, ma Jeff e io imparammo a ballare il valzer sui pattini. Tra le persone che lavoravano al film c’erano molti musicisti, così spesso trascorrevamo le serate suonando e ascoltando musica. Le riprese durarono a lungo. Dopo diversi mesi, tutti desideravano tornare alla propria vita, ma continuarono a lavorare con impegno fino alla fine”.
Su quel set lavorava anche suo marito, Jeff Bridges. Quanto è stato importante poter osservare il suo lavoro da vicino?
”Ero spesso sul set mentre Jeff lavorava, ma rimanevo fuori dal suo campo visivo. Non volevo distrarre né lui né gli altri attori con le mie macchine fotografiche. In quei momenti potevo scattare fotografie del dietro le quinte. Gli attori e la troupe erano molto disponibili con me. Posavano e ci divertivamo molto a giocare davanti al mio obiettivo. Frequentavo i set cinematografici da abbastanza tempo da sapere quando potevamo scattare fotografie e quando, invece, avevano bisogno di riposare e prepararsi”.
La mostra di Todi rappresenta la prima esposizione europea di questo progetto. Che significato ha per lei portare queste fotografie in Italia, un Paese con una storia cinematografica così importante?
”Sono davvero entusiasta della mostra a Todi. Trovo affascinante la storia italiana e non vedo l’ora di conoscere meglio l’Italia, la sua gente, la sua storia e il suo cinema. Spero di condividere un po’ della storia americana e del popolamento del mio Paese. Abbiamo appena celebrato il nostro duecentocinquantesimo anniversario come nazione, mentre qui a Roma sto visitando luoghi che hanno migliaia di anni. È una cultura di straordinaria ricchezza”.
Lei ha fotografato un film che racconta il mito e le contraddizioni dell’America. Pensa che quelle immagini dicano qualcosa anche sull’America di oggi?
”Credo che Heaven’s Gate abbia molto da dire sul popolamento del West americano e su come trattavamo gli immigrati allora e come li trattiamo oggi. Heaven’s Gate è la rappresentazione romanzata di Michael Cimino delle guerre della contea di Johnson negli anni Novanta dell’Ottocento: un conflitto tra gli allevatori di bestiame già insediati sul territorio e le persone che si spostavano verso ovest in cerca di una vita migliore. Siamo un Paese formato da immigrati, che hanno contribuito a renderlo grande, e oggi molte di quelle stesse persone vengono trattate in modo vergognoso. Forse la storia si ripete, ma spero che possiamo fare meglio”.
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