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RECENSIONI I Gli elefanti bianchi, quando i ricordi riavvicinano due fratelli

Nel cortometraggio scritto e diretto da Maurizio Ravallese, con Barbara Chichiarelli e Matteo Nicoletta, un viaggio in montagna diventa il pretesto per ripercorrere una storia familiare tra battibecchi, vecchi filmati e malinconia.

ROMA – Matteo e Marilena si fermano in mezzo a una strada di montagna. Un uomo dall’aria losca si avvicina, consegna loro qualcosa e pronuncia una frase che sembra voler cancellare ogni traccia dell’incontro. Poi ognuno prosegue per la propria strada. Gli elefanti bianchi, il cortometraggio scritto e diretto da Maurizio Ravallese, comincia con un’atmosfera che richiama le storie criminali, alimentata anche da una fotografia dalle tonalità giallastre. Ma le apparenze ingannano: quello che sembra uno scambio clandestino nasconde una trattativa decisamente meno pericolosa, legata alle ceneri dei genitori dei protagonisti e a un impresario di pompe funebri alle prese con i propri problemi di salute. Lo scarto tra ciò che le immagini suggeriscono e quello che accade introduce il registro della commedia nera, senza trasformarsi in un vero colpo di scena. Ravallese si diverte piuttosto a disorientare lo spettatore, per poi spostare gradualmente il racconto verso una dimensione intima e familiare. L’atmosfera iniziale prepara così un terreno diverso da quello su cui il film finirà per muoversi: il centro della storia non è il mistero dell’incontro, ma il legame, tutt’altro che semplice, tra un fratello e una sorella.

Li ritroviamo poco dopo a casa di Matteo, seduti a bere del tè. È una scena quotidiana, eppure basta poco per capire quanto siano diversi. Lui ha bisogno di seguire le proprie abitudini, si aggrappa ai rituali e cerca di mantenere ogni cosa sotto controllo; Marilena, al contrario, è nervosa, insofferente, incapace di nascondere la propria irrequietezza. Il loro dialogo procede tra frecciate e piccole tensioni, restituendo con ironia quella familiarità fatta di confidenza e insofferenza che caratterizza molti rapporti tra fratelli. Si conoscono da sempre e proprio per questo sembrano sapere quali tasti toccare per irritarsi a vicenda.

La ragione del viaggio si chiarisce gradualmente: Matteo e Marilena devono spargere le ceneri dei genitori in un luogo legato alla loro storia. Il tragitto in montagna diventa così un ritorno nei luoghi della memoria, una successione di tappe che riporta a galla episodi dell’infanzia e momenti della vita comune. C’è un picnic, ricordato come l’unica occasione in cui non hanno litigato, e c’è una vecchia casetta nella quale trascorrevano del tempo. Ogni sosta aggiunge un tassello al racconto e rivela come i ricordi possano assumere significati diversi a seconda di chi li custodisce.

Ravallese mette a confronto due modi di affrontare la perdita. Matteo sembra voler conservare il passato riproducendone gesti, situazioni e abitudini, come se la fedeltà ai rituali potesse mantenere intatto qualcosa della vita familiare. Marilena, invece, cerca di allontanarsi da ciò che è stato, quasi volesse sottrarsi al dolore evitando di tornarci sopra. Questa opposizione alimenta i loro conflitti e dà profondità alle schermaglie quotidiane: dietro le differenze caratteriali si nascondono due risposte alla stessa assenza. Nessuno dei due sembra avere gli strumenti per affrontarla fino in fondo, eppure entrambi sono costretti a confrontarsi con una storia che li riguarda allo stesso modo.

La regia accompagna questo percorso senza forzare le emozioni. Privilegia inquadrature ampie, movimenti di macchina pacati e una composizione che lascia spazio ai personaggi e al paesaggio, evitando di affidare il peso del racconto a primi piani insistiti o a soluzioni apertamente drammatiche. Le tonalità cupe contribuiscono a definire l’atmosfera, mentre la distanza della macchina da presa permette di osservare i protagonisti nel loro ambiente, restituendone anche la solitudine. È una scelta di misura coerente con una vicenda in cui il dolore raramente viene dichiarato in modo esplicito e affiora piuttosto attraverso le abitudini, le contrarietà e ciò che i personaggi non riescono a dirsi. Il film trova una delle sue dimensioni più convincenti quando abbandona il presente per lasciare spazio alle immagini d’archivio provenienti dagli album familiari degli attori. I vecchi filmati mostrano volti, gesti e luoghi appartenenti a un’altra stagione della vita, introducendo una nota di nostalgia che cambia il tono del racconto. Non sono semplici inserti destinati a illustrare ciò che è stato: conservano la spontaneità di momenti vissuti e restituiscono allo spettatore la consistenza concreta del tempo trascorso.

Il confronto con il presente rende quelle immagini particolarmente eloquenti. I volti sono cambiati, i corpi hanno attraversato gli anni, le esperienze hanno modificato il modo di stare insieme. Nei filmati, invece, rimane la freschezza di un’esistenza colta mentre accadeva, prima che il tempo e le perdite ne cambiassero il corso. La distanza tra le due dimensioni racconta ciò che il dialogo non potrebbe spiegare altrettanto efficacemente: il rapporto tra Matteo e Marilena è attraversato da incomprensioni, ma custodisce anche una vicinanza che precede ogni conflitto. La memoria non restituisce il passato, eppure può rendere nuovamente visibile ciò che il presente sembra aver messo da parte.

È proprio attraverso questa alternanza che il titolo acquista il suo significato più preciso. Nel cortometraggio ciò che conta è in parte affidato a quello che resta sotto la superficie dei dialoghi. Le montagne, associate ai momenti più felici dell’infanzia dei protagonisti, diventano i luoghi in cui il passato può essere guardato da una prospettiva diversa. Il titolo rinvia così al paesaggio emotivo dei due fratelli: un insieme di ricordi che continua a esistere, anche quando loro faticano a riconoscersi nella stessa storia. Il viaggio assume allora una forma paradossale. Per riuscire ad andare avanti, Matteo e Marilena devono tornare proprio nei luoghi ai quali sono legati, ripercorrere episodi condivisi e misurarsi con ciò che hanno perduto. Non si tratta di recuperare una felicità ormai irraggiungibile, ma di trovare un modo per convivere con la sua assenza. La riconciliazione non arriva attraverso una dichiarazione solenne: prende forma in gesti minimi, in una parentesi di leggerezza che permette ai due di ritrovare, almeno per un momento, il linguaggio che apparteneva loro da bambini.

A sostenere il racconto contribuiscono le interpretazioni. Matteo Nicoletta dà al fratello una rigidità che si riflette nei gesti e nelle abitudini, mentre Barbara Chichiarelli costruisce una Marilena nervosa e insofferente, lasciando affiorare dietro le reazioni brusche una fragilità meno evidente. Tra i due si sviluppa un confronto credibile, alimentato da dialoghi vivaci e da una dinamica che non ha bisogno di spiegare continuamente la natura del loro rapporto. La comicità nasce soprattutto dalla differenza tra i caratteri e dalla naturalezza con cui le piccole contrarietà diventano motivo di scontro. Funziona quando lascia emergere le contraddizioni dei personaggi, senza cercare a tutti i costi una battuta o una soluzione rassicurante.

Quando Matteo e Marilena raggiungono il luogo in cui devono spargere le ceneri, il viaggio arriva alla conclusione senza che tutte le tensioni vengano necessariamente risolte. Aver ripercorso gli stessi luoghi, condiviso ricordi e attraversato silenzi significa essersi concessi la possibilità di guardare diversamente una storia comune. Le montagne accompagnano il gesto finale senza sovraccaricarlo di significati, lasciando che siano il percorso compiuto e il rapporto tra i protagonisti a suggerire ciò che le parole non riuscirebbero a chiarire del tutto. Gli elefanti bianchi alterna commedia nera e malinconia, trovando nei filmati d’archivio il suo passaggio emotivamente più incisivo. E quello che resta è il ritratto di un legame che il tempo ha trasformato senza cancellarlo. Con i fratelli si può litigare, allontanarsi e perdere la capacità di capirsi; eppure, a volte, tornare nei luoghi condivisi basta a riconoscere ciò che continua a tenerci insieme.

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