ROMA – Un’isola remota, due agenti della CIA e un passato con cui, prima o poi, bisogna fare i conti. Dopo Gli spiriti dell’isola, Martin McDonagh torna al cinema con Wild Horse Nine, presentato in anteprima all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove John Malkovich ha conquistato la Coppa Volpi come Miglior Attore. Ambientato nel 1973, poco prima del colpo di Stato in Cile, il film segue Chris (Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), due agenti della CIA inviati sull’Isola di Pasqua dal loro superiore MJ (Steve Buscemi). Tra le statue Moai, i segreti del passato e l’incontro con due giovani studentesse ribelli, interpretate da Mariana Di Girolamo e Ailín Salas, quella che sembra una missione lontana da tutto diventa un confronto con le proprie responsabilità. Durante la conferenza stampa internazionale, McDonagh, Malkovich, Rockwell, Buscemi e Di Girolamo hanno raccontato la genesi del film, le difficoltà delle riprese e quella particolare capacità del regista di trovare l’umanità anche nei personaggi più controversi. Wild Horse Nine, prodotto da Searchlight Pictures, arriverà nelle sale italiane il 5 novembre 2026.
L’ORIGINE DEL FILM – Martin McDonagh: «Sono stato sull’Isola di Pasqua, o Rapa Nui, come preferiscono chiamarla i suoi abitanti, circa quindici anni fa, sperando di poterla utilizzare come ambientazione per un film o per una storia. Ho scritto diverse versioni della sceneggiatura, sempre con due personaggi al centro. All’inizio erano un padre e un figlio, poi due attori, ma niente funzionava davvero. Finché non ho cominciato a pensare alla CIA in Cile e al suo ruolo nel rovesciamento del governo democraticamente eletto di Salvador Allende nel 1973. A quel punto tutto ha cominciato ad avere senso. Avevo trovato una ragione per portare quei personaggi sull’isola e potevo introdurre nella storia anche una dimensione politica».
TRA COMMEDIA E TRAGEDIA – Martin McDonagh: «Credo che l’umorismo permetta di avvicinare il pubblico a storie molto più oscure di quelle che forse sceglierebbe di vedere. Non mi sono mai piaciuti i film didascalici, quelli che sembrano voler impartire una lezione. Volevo raccontare quello che fece la CIA in quegli anni, ma non volevo trasformare il film in una cupa lezione di storia. La commedia e la possibilità di seguire grandi attori sono un modo per coinvolgere gli spettatori e introdurre gradualmente anche gli aspetti più difficili del racconto».
DUE UOMINI, UN PASSATO – John Malkovich: «Credo che il rapporto tra Chris e Lee funzioni soprattutto grazie alla scrittura. Sono due persone che si conoscono da moltissimo tempo, capaci di esercitare una violenza terribile con assoluta freddezza. Si vogliono bene, ma riescono anche a esasperarsi a vicenda. E uno dei due ha chiesto all’altro qualcosa di enorme, forse la richiesta più difficile che si possa fare a un amico. Tutta questa tensione è già presente nella sceneggiatura. Sam e io abbiamo lavorato molto insieme, anche prima delle riprese, cercando di esplorare tutte le possibili direzioni dei nostri personaggi. Quando arrivi sul set devi essere pronto, perché non hai tutto il tempo del mondo per decidere come affrontare una scena».
LA VISIONE DEL REGISTA – Sam Rockwell: «Martin è un talento davvero raro. Ha una capacità di vedere dentro le cose che non appartiene a molti. La sua scrittura è straordinaria, ma quello che lo rende un regista così interessante è la sua attenzione al comportamento umano. Sa esattamente quello che vuole ottenere da una scena, eppure rimane aperto alle idee degli attori. Ti permette di esplorare diverse possibilità, mantenendo sempre una visione molto precisa del film».
IL RISPETTO PER LA SCRITTURA – John Malkovich: «Non sono particolarmente interessato all’improvvisazione. Scrivo anch’io sceneggiature e mi piace pensare che un autore possa avere il piacere di ascoltare le proprie parole così come le ha scritte. Quando ho letto la sceneggiatura di Martin non credo di aver suggerito praticamente nulla. L’ho letta, l’ho capita e sapevo che era buona. Forse ho cambiato accidentalmente una parola durante qualche ripresa, ma niente di significativo. Ho un enorme rispetto per la buona scrittura e vorrei che più sceneggiature fossero realizzate con la stessa cura».
L’ISOLA COME PERSONAGGIO – Martin McDonagh: «In In Bruges, Bruges rappresentava in qualche modo un purgatorio per il personaggio di Colin Farrell, un luogo dal quale non poteva scappare. Ne Gli spiriti dell’isola, l’isolamento costringeva i due protagonisti a confrontarsi continuamente. In Wild Horse Nine siamo letteralmente alla fine del mondo, mentre uno dei personaggi si trova alla fine della propria vita. Le statue Moai sono lì, quasi a osservarlo, insieme al suo senso di colpa. Ancora una volta l’isola diventa un luogo da cui è impossibile fuggire, e questo contribuisce a definire profondamente i personaggi».
GIRARE A RAPA NUI – Mariana Di Girolamo: «Era la prima volta che visitavo l’Isola di Pasqua, nonostante sia cilena. Sono cinque ore di volo da Santiago e non è un posto in cui si va facilmente. Abbiamo trascorso lì un mese e mezzo ed è stata un’esperienza molto speciale. Gli abitanti di Rapa Nui sono estremamente legati alla loro terra, alla loro lingua e alla loro cultura. È un luogo pieno di energia, completamente diverso dal resto del Cile. Ci sono vulcani, cavalli selvaggi e una natura incredibile. Per me è stato emozionante poter conoscere quella comunità e lavorare in un posto così particolare».
IL LAVORO SUL SET – Steve Buscemi: «Tutto quello di cui avevo bisogno era già nella sceneggiatura. Avere lo sceneggiatore anche come regista è un grande vantaggio, soprattutto quando si tratta di Martin. È curioso di vedere quello che un attore può portare al personaggio, ma allo stesso tempo ha una visione molto personale. Il mio personaggio è il capo di due uomini che non vogliono assolutamente essere comandati da lui, ed è proprio questo uno degli aspetti più divertenti. Nei personaggi di Martin c’è sempre qualcosa di sorprendente, qualcosa che non ti aspetti».
IL CINEMA DEGLI ANNI SETTANTA – Martin McDonagh: «I film americani degli anni Settanta sono probabilmente quelli che io e il direttore della fotografia Ben Davis amiamo di più. Abbiamo cercato di recuperarne la palette cromatica, quei colori così intensi, scegliendo anche le automobili in funzione di quell’estetica. Abbiamo utilizzato molto materiale in Super 8 per ricreare quella sensazione. Ma quello che amo di quel cinema è anche il suo carattere malinconico, la possibilità di affrontare temi oscuri e di raccontare storie che non devono necessariamente avere un lieto fine. Volevo che Wild Horse Nine avesse anche quella sensibilità».
LA MEMORIA DEL CILE – Mariana Di Girolamo: «Abbiamo parlato molto della storia del Cile durante la lavorazione, anche con John e con gli altri attori. Credo che Martin l’abbia affrontata con grande rispetto. È una parte della nostra storia recente e penso sia importante continuare a parlarne, mantenere aperta la conversazione. Magari qualcuno, guardando il film, sarà incuriosito e vorrà scoprire chi fosse Víctor Jara o cosa sia successo realmente in quegli anni. Sono molto emozionata all’idea di mostrare questo film in America Latina».
LA REDENZIONE E L’UMANITÀ – Martin McDonagh: «Questi due personaggi hanno commesso cose terribili nel corso della loro vita, ma per me era fondamentale esplorarli senza giudicarli immediatamente. Volevo cercare la loro umanità, nonostante tutto, senza presentarli semplicemente come i cattivi della storia. Quando interpreti un personaggio non interpreti mai soltanto un villain, interpreti un essere umano. Ed era proprio questo che volevo fare: raccontare quello che hanno fatto, senza rinunciare a guardarli con apertura e umanità».




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