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Il filosofo e il cinema: ovvero teoria e pratica del sogno americano

Dal sogno americano alle sale fiorentine, da Scorsese e Coppola alla scoperta dell’amore: il racconto di una passione che diventa formazione, rifugio e, infine, condivisione.

ROMA – Quando insegno agli studenti americani, confesso loro di amare gli Stati Uniti d’America, ma in verità dovrei dire di essere cresciuto con il cinema americano, di essere imbevuto di cultura americana, ma di non conoscere bene il Paese. Da quando ho quindici anni ho visto e rivisto i film di Martin Scorsese, di Francis Ford Coppola, di Michael Cimino, di Steven Spielberg e di George Lucas e ho presente alcuni paesaggi americani, cittadini e naturali, ma non per questo conosco il Paese. Sono stato pochi giorni a New York e ciò che ricordo è di aver ammirato, per pura fortuna, Al Pacino a Broadway nella Salomè di Oscar Wilde. Come se, anche camminando per la città, io cominciassi a vederla e a viverla dentro un teatro, applaudendo un attore a me molto caro.

Il cinema, per una parte della mia vita, è stato tutto: gioia, intrattenimento, riflessione, dolore, scuola, università, maestro di vita. Motivo per fare nuove amicizie, per lunghe conversazioni, per grandi discussioni, per pomeriggi e serate trascorsi nelle buie sale cinematografiche fiorentine. Solo il calcio è stato altrettanto totalizzante. L’essere filosofo mi appartiene a livello fisiologico, è la mia essenza; il calcio e il cinema sono passioni che hanno nutrito quell’essenza. Le passioni e l’essenza si sono compenetrate e mi hanno formato come uomo. Ho passato tantissimo tempo al cinema e nei campi da calcio, molto più che a studiare e tra i banchi del liceo e dell’università.

Non so come abbia fatto a non essere mai bocciato e a laurearmi a pieni voti, facendo molte assenze prima e non frequentando mai le lezioni poi. Nonostante i titoli, potrei dire di essere autodidatta. E non è consigliabile: per quanto sia, all’inizio, una condizione attraente perché indipendente, alla fine si fa il doppio della fatica. Interi pomeriggi passati al cinema a sognare. Ricordo tanti film, tanti attori, tanti registi, ricordo i titoli di testa, tantissimi pomeriggi da solo, sprofondato nella poltrona del cinema. Andavo al cinema da solo, a volte invitavo qualche amico, ma preferivo la solitudine perché potevo dedicarmi meglio al mio sogno. E poi gli altri dovevano studiare.

Io assorbivo il sogno americano e, allo stesso tempo, la sua critica. Molti registi mettevano a nudo le contraddizioni di questo sogno; la mia formazione autodidatta era così equilibrata e poteva maturare giudizi personali. Il mio amore per gli Stati Uniti è anche e soprattutto amore per il cinema americano che critica il sistema americano stesso. Ma questo cinema, in fondo, ama il proprio Paese, e io, in fondo, amo gli Stati Uniti. Toro scatenato di Scorsese racconta la parabola di un pugile italoamericano che sembra definire esattamente la parabola del sogno americano. Il film è divertente, duro, triste, violento, commovente. Vero. I cancelli del cielo di Cimino è tanto potente quanto la vita stessa dell’America. E Il padrino di Coppola rappresenta la faccia dura e spietata dell’America che sostiene e alimenta quella apparentemente buona e sana: la mafia e la politica sono le due facce della stessa medaglia.

Ho passato così tanto tempo al cinema e di fronte al video, inseguendo una ragazza che ancora non avevo conosciuto. La solitudine mi spingeva nella sala, il desiderio di un amore che il cinema trasfigurava nelle sue eroine. Cosa può sognare un ragazzo, se non l’amore? Le ragazze che avevo pensato rivivevano nei film, le ragazze di cui avevo sfiorato la vita splendevano al cinema. E quando il film finiva, di corsa a vederne un altro, perché il sogno non si spezzasse e il grigiore della mia vita non prendesse il sopravvento.

La solitudine può essere un’aspirazione, ma anche una condanna. Se potevo stare lontano dagli amici, soffrivo per le ragazze. Avevo alcune amiche, ma mi mancava un rapporto più profondo e vero. Compensavo questa mancanza con il calcio, gli amici e il cinema. Ma queste passioni meravigliose non potevano essere vissute nel modo più pieno e gratificante perché mancavo di equilibrio. Pochi giorni fa ho visto un film al cinema con Eloisa: era tanto tempo che non andavamo al cinema ed eravamo felici di vedere Stanlio e Ollio, biografia dell’ultima parte della loro vita. Ho pianto, commosso dalla loro amicizia e dalla bellezza del film. Quando il film è finito, ho guardato Elo e mi sono accorto che anche lei aveva pianto. Una catarsi condivisa, per la quale eravamo grati entrambi al cinema, al film, al profondo senso di amicizia che legava i due attori. Eravamo felici. Questo è il cinema per me adesso. La possibilità di condividere emozioni con Eloisa, di commuoverci, di piangere, di sorridere, di pensare. Di ammirare l’arte non condizionati da uno stato d’animo infelice, ma cullati dalla sicurezza e dalla dolcezza del nostro rapporto.

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