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Peccato: quando Emanuela Fanelli immagina la propria caduta e trasforma il successo in una commedia irresistibile

Dal 2 ottobre su HBO Max, la serie di Valerio Vestoso porta Emanuela Fanelli nel 2049, lontana dalle scene e dimenticata da tutti. Un mockumentary surreale e spietatamente divertente in cui il cinema italiano accetta di prendersi in giro

ROMA – Immaginate Emanuela Fanelli nel 2049. Ha 63 anni, vive isolata in un piccolo paese della Valle d’Aosta, non recita più, non concede interviste e soprattutto sembra essere stata cancellata dalla memoria collettiva. Un tempo era una delle attrici più celebrate del cinema italiano. Due David di Donatello, una carriera in ascesa e quel tipo di successo che sembra non avere una fine. Poi, improvvisamente, qualcosa si spezza. Arrivano uno scandalo, una vicenda giudiziaria, una caduta tanto rumorosa quanto avvolta nel mistero. E Fanelli scompare. A cercarla è Malcolm Pagani, giornalista e documentarista incaricato di ricostruire la parabola di quell’attrice che il pubblico aveva prima celebrato e poi dimenticato. Il viaggio nella memoria di Fanelli diventa così molto più di una semplice biografia: è un viaggio dentro il cinema italiano, la televisione, la macchina dello spettacolo e, soprattutto, dentro il meccanismo con cui costruiamo i nostri idoli, li portiamo sul piedistallo e, con la stessa rapidità, siamo capaci di dimenticarli.

È da questa premessa che parte Peccato, la nuova serie HBO Max diretta da Valerio Vestoso e scritta dalla stessa Fanelli insieme a Giulio Somazzi e Valerio Vestoso. Sei episodi che giocano con il linguaggio del documentario per raccontare una storia completamente inventata e, proprio per questo, incredibilmente credibile.

La trovata più brillante è che Emanuela Fanelli interpreta se stessa, ma in una versione deformata dal tempo, dalla memoria e dall’ironia. Una sorta di alter ego del futuro che osserva la propria carriera come se fosse ormai diventata biografia, leggenda, persino materiale da documentario. In questo continuo gioco di specchi, la realtà entra nella finzione per poi uscirne completamente trasformata. Sappiamo che i due David di Donatello sono reali, che C’è ancora domani è esistito davvero, che i personaggi evocati appartengono alla storia dello spettacolo italiano. Eppure, una volta entrati nel mondo di Peccato, le coordinate iniziano a saltare: non è più chiaro dove finisca la realtà e dove cominci la fantasia.

Ed è proprio da questa ambiguità che nasce uno dei cortocircuiti più divertenti della serie: prendere ciò che conosciamo e restituircelo attraverso una lente deformante, ironica e surreale. La serie utilizza infatti materiali d’archivio reali insieme a ricostruzioni immaginarie, interviste e testimonianze costruite ad hoc. È un meccanismo che permette a Fanelli di fare una cosa molto difficile: prendere in giro il proprio successo senza rinnegare il successo stesso. Il David di Donatello non è più un premio. Diventa un oggetto comico, quasi un feticcio. Compare nei momenti più improbabili, esce persino dalla borsa, come se fosse diventato un prolungamento dell’ego dell’attrice. Il premio che dovrebbe rappresentare il culmine di una carriera finisce così per trasformarsi nella sua caricatura. È una delle gag più riuscite perché dietro la risata c’è una domanda molto meno comica: quanto del nostro valore siamo disposti a consegnare agli applausi degli altri?

Emanuela Fanelli non risparmia nessuno, nemmeno se stessa. E questa è probabilmente la qualità più bella di Peccato: non c’è quella cattiveria da satira costruita, c’è piuttosto una grande complicità. Il mondo dello spettacolo viene osservato dall’interno e i suoi protagonisti accettano di diventare versioni deformate di se stessi. Ed è qui che entra in gioco un cast stellare. Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Ferzan Özpetek, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Geppi Cucciari, Massimo De Lorenzo, Francesca Archibugi, Paolo Virzì, Paolo Genovese, Tullio Solenghi, Piera Detassis e molti altri. E poi Paola Cortellesi, che nella serie è diventata addirittura Presidente della Repubblica.

La parte più irresistibile di Peccato è proprio questa: prendere persone immediatamente riconoscibili e spostarle di qualche centimetro dalla loro identità pubblica. Ferzan Özpetek, per esempio, viene trasformato in un uomo lontanissimo dall’immagine che abbiamo di lui: non più soltanto regista e sceneggiatore, ma imprenditore di pannelli fotovoltaici. Un’idea talmente surreale che, come ha raccontato lo stesso Özpetek, durante le telefonate per spiegare il progetto arrivava a chiedersi che cosa stesse dicendo. E funziona proprio perché Özpetek accetta di entrare nel gioco. Lo stesso accade con Sabrina Ferilli, Alessandro Borghi e con gli altri protagonisti, molti dei quali vengono anche trasformati attraverso il trucco per apparire più anziani. Il tempo in Peccato diventa una gigantesca macchina comica. Tutti invecchiano, tutti cambiano, tutti vengono costretti a confrontarsi con una versione futura e surreale di se stessi.

E poi c’è Paola Cortellesi. Nel futuro immaginato dalla serie è diventata Presidente della Repubblica e guarda alla propria carriera con una prospettiva completamente diversa. Anche C’è ancora domani, il film che nella realtà ha segnato il successo dellaFanelli e le ha fatto conquistare uno dei suoi David, viene riattraversato dalla serie attraverso una lente deformante. E questo è un gioco metacinematografico che Peccato porta avanti continuamente: il vero diventa falso, il falso assume l’apparenza del vero e lo spettatore viene lasciato in quella zona ambigua nella quale la risata nasce proprio dal dubbio.

Ma sotto il mockumentary c’è qualcosa di più: la paura del fallimento. La serie nasce anche dalla paura che, un giorno, tutto possa finire. Il successo, in fondo, è una condizione provvisoria e la fama lo è ancora di più. Peccato prende questa paura e la porta alle estreme conseguenze: cosa succederebbe se l’attrice che oggi è sulla cresta dell’onda venisse improvvisamente dimenticata? La risposta della serie è sorprendente perché non sceglie il drammama la risata. Fanelli immagina la propria parabola come una specie di viale del tramonto comico dove la diva non muore ma semplicemente sparisce. Nessuno sembra più ricordarsi di lei. Il paradosso è che mentre racconta la caduta di un’attrice, la serie diventa anche una riflessione sul rapporto tra identità e mestiere. Se togli a un attore il set, i premi, le fotografie, le interviste, i red carpet e gli applausi, cosa rimane? La persona. E qui entra in gioco il titolo. Peccato per la carriera perduta, per la fama evaporata, per tutto ciò che lo spettacolo promette e poi può togliere. Ma anche peccato nel senso ironico di una colpa immaginaria, di un destino che si abbatte sulla protagonista e che lo spettatore è chiamato a ricostruire episodio dopo episodio.Dietro ogni gag c’è un piccolo pezzo di verità sul mondo dello spettacolo: l’ossessione per il successo, la paura di invecchiare, la necessità di essere riconosciuti, il desiderio di non essere dimenticati. E soprattutto c’è un gruppo di artisti che accetta di abbassare la maschera.

Peccato è una commedia che riesce a ridere del cinema italiano senza mai mettersi al di sopra del cinema stesso. Lo osserva dall’interno, ne conosce i tic, le vanità, le amicizie, le rivalità, i rituali e soprattutto le fragilità. Ed è proprio questa conoscenza profonda a permetterle di colpire con maggiore precisione. La serie costruisce così un gioco intelligente tra autobiografia e finzione, immaginando un futuro paradossale per poter mettere a nudo le contraddizioni del presente. Nel 2049 l’attrice è scomparsa, ma ciò che resta è uno sguardo capace di trasformare l’assurdità del mondo dello spettacolo in materia narrativa, ironica e sorprendentemente lucida.

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