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Perché sempre più registi parlano bene… dell’intelligenza artificiale?

Da Martin Scorsese a Steven Spielberg, passando per James Cameron e Peter Jackson: sempre più autori vedono nell’intelligenza artificiale uno strumento di supporto creativo piuttosto che una minaccia per il cinema.

ROMA – Durante il corso degli ultimi mesi sempre più registi, anche di primissimo piano, si sono espressi in maniera positiva su quello che è l’argomento caldo degli ultimi anni: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento di lavoro. Questa presa di posizione di tantissime figure di rilievo assoluto è una novità rispetto al dibattito polarizzato degli ultimi anni, in cui le posizioni tendevano a dividersi tra entusiasti dei nuovi strumenti generativi e detrattori convinti che l’AI rappresentasse una minaccia per la creatività umana. Ad oggi quello che viene fuori è un quadro più articolato: ci sono registi che hanno fatto la storia del cinema che vedono nell’intelligenza artificiale un alleato pratico, invece di un sostituto.

Tutto ciò si inserisce all’interno di una tendenza più ampia, la stessa che si vede all’interno di molteplici contesti legati al digitale: l’integrazione di strumenti generativi all’interno dei propri processi: dalle piattaforme di streaming a quelle di e-learning, fino alle piattaforme perfette per i giochi di fortuna, dove l’AI viene impiegata per personalizzare l’esperienza utente e i contenuti proposti.

Chi sono i registi che hanno aperto al dialogo con l’intelligenza artificiale?

Volessimo tirare fuori un elenco avremmo a che fare con un sacco dei nomi significativi. Tra i più importanti troviamo senza dubbio Martin Scorsese, che ha dichiarato di avere iniziato a utilizzare FLUX, uno strumento di intelligenza artificiale generativa, come supporto alla visualizzazione degli storyboard per il proprio team creativo. Anche Steven Spielberg, che recentemente è uscito al cinema con Disclosure Day, ha riconosciuto nell’utilizzo dell’AI come strumento creativo qualcosa di utile, pur sottolineando che non è possibile lasciare a questi strumenti l’ultima parola all’interno delle scelte artistiche.

Altro nome che si è espresso positivamente nei confronti dell’intelligenza artificiale è quello di Peter Jackson, che invece ha scelto un approccio più tecnico, definendo l’intelligenza artificiale come un semplice effetto speciale, paragonabile per natura agli altri effetti visivi usati nella post-produzione. Anche il buon Steven Soderbergh si è dimostrato positivo alle sperimentazioni, collaborando con Meta nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la realizzazione del documentario John Lennon: The Last Interview, dichiarando di “non sentirsi minacciato dalla tecnologia”.

Le voci contrarie esistono ma…

Secondo George Miller, il padre della saga di Mad Max, l’intelligenza artificiale è uno strumento incredibilmente potente che porterà nuova democrazia al concetto di cinematografia e di opinione simile è James Cameron, che è anche membro del consiglio di amministrazione di Stability AI e considera l’AI un alleato fondamentale per ridurre i costi degli effetti visivi.

Curiosamente le voci più “critiche” nei confronti di questi strumenti si trovano tra le frange più giovani dei creativi: Guillermo del Toro, ad esempio, ha dichiarato di essere apertamente contrario a questi strumenti e alla loro introduzione nei flusso di lavoro creativo; Kane Parsons, regista del recente successo Backrooms, è della stessa opinione. La considerazione da fare è che però queste tecnologie stanno ridefinendo i confini del lavoro umano in maniera davvero pervasiva, abbastanza da sembrare onnipresente. Dai contenuti video personalizzati sintetici a casi di esperienze aumentate, come accade nel mondo dei casino live dove l’IA affianca l’elemento umano per costruire esperienze più dinamiche e personalizzate. Il cinema, in questo, è il banco di prova più visibile di una transizione che attraversa tutta l’industria culturale e dell’intrattenimento.

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