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«Non so cos’è il sogno americano, per questo l’ho chiesto agli altri» – Valentina Signorelli e il viaggio di Mamma, That’s All Right

La regista e produttrice italiana, oggi Associate Professor alla University of Greenwich, racconta il suo nuovo docu-film ambientato tra Nashville e Memphis, con la partecipazione straordinaria di Priscilla Presley. Un racconto sull’identità, sull’amicizia e sulla gentilezza maschile, girato in Super8 e digitale come un “piccolo miracolo” nato da incontri e coincidenze.

Valentina Signorelli

ROMA – C’è un ritmo preciso, musicale, che attraversa Mamma, That’s All Right, l’ultimo lavoro di Valentina Signorelli, regista e produttrice bergamasca che vive a Londra e gira storie in tutto il mondo. Ambientato tra Nashville e Memphis, il docu-film segue due musicisti italiani alla ricerca del proprio Sogno Americano e trova nella materia fragile del Super8 la sua forma più autentica. “Un non-film”, come lo definisce la regista, costruito su otto ore di appunti visivi condensati in mezz’ora di vita e musica. Un racconto sull’appartenenza e sulla vulnerabilità maschile, ma anche sul potere degli incontri che cambiano i destini. A volte, come dice lei, “un piccolo miracolo fatto di allineamenti”.

Valentina, Mamma, That’s All Right è un docu-film che unisce Super8 e digitale. Cosa significa per te usare due formati così diversi — è solo una scelta estetica o anche un modo di raccontare due epoche e due “Americhe”?

«Questa scelta registica riflette le dinamiche anti-industriali del progetto. Mi piace definirlo un “non-film”, otto ore di appunti visivi e sonori organizzati in 32 minuti di final cut. Un vero e proprio slice-of-life declinato in ambito puramente osservazionale. Avevamo bisogno di una struttura leggera e rapida nella preparazione, che potesse seguire la storia dei protagonisti senza interferenze. Entrambe le camere hanno permesso leggerezza e maneggevolezza e nel caso del Super8, anche indipendenza energetica in un certo senso. A livello estetico, il girato è utilizzato in maniera differente: digitale per il momento presente, e il Super8 per ritrarre alcuni momenti più intimi e personali – direi quasi “familiari” – dei protagonisti, che sono stati poi montati nei momenti più musicali del progetto. Come a dire: da un lato c’è la quotidianità di Luca e Mario (digitale), al contempo c’è la loro anima rock’n’roll (Super8)».

Un frame del film

Il titolo richiama Elvis, ma nel film sembra più un pretesto per parlare di identità e appartenenza. Cosa significa per te oggi il “Sogno Americano”, da regista italiana che vive a Londra e gira negli Stati Uniti?

«Il titolo è un tributo al primo singolo di Elvis, That’s All Right (Mama). Anche noi abbiamo registrato la colonna sonora originale al Sun Studio durante le riprese, e caso vuole che coincidesse con il settantesimo anniversario dell’uscita di questo pezzo iconico, che di fatto ha lanciato la carriera di Elvis Presley e il suo sogno americano. Così abbiamo deciso di omaggiarlo nel titolo. La domanda “cos’è il Sogno Americano?” per me è una domanda aperta, non ha un significato specifico per me e purtroppo non ho una risposta. Io ancora non l’ho capito cos’è il Sogno Americano. Per questo l’ho chiesto agli altri nel film». 

Nelle tue note di regia hai scritto che “questo progetto è un piccolo miracolo”. Qual è stato l’elemento più fragile o inaspettato che ha reso possibile quel miracolo?

«E’ una bella domanda, perché di base questo progetto è il risultato dell’allineamento di tanti piccoli tasselli necessari l’uno all’altro. In primis, il progetto nasce in risposta al NIAF / Aurelio De Laurentiis Film Prizes, che ha dato la possibilità di raccontare l’identità italiana nell’America di oggi senza filtri o restrizioni. Questo spazio è stato il primo tassello. Il secondo è Luca Chiappara, che ho conosciuto 10 anni fa a Palermo e mi ha aperto incondizionatamente la sua vita a Nashville. Ho pensato fosse interessante raccontare il Tennessee, perché di solito non si associano gli italiani agli stati del Sud, ma tradizionalmente a posti come NYC, Chicago e così via. Il terzo è Mario Monterosso, che ha riposto totale fiducia nei miei confronti, nonostante ci conoscessimo da pochissimo e anzi, ha una grande alchimia con Luca sullo schermo. Quarto tassello, la partecipazione straordinaria di Priscilla Presley. Un sogno. Infine, abbiamo girato il 4 luglio 2024, prima del cambio di amministrazione. Quel momento specifico non tornerà mai più, e oggi sicuramente sarebbe impossibile realizzare lo stesso progetto col clima attuale».

Un’immagine di Mamma That’s All Right, di Valentina Signorelli

Il film parla anche di maschilità gentile, di amicizia e vulnerabilità tra uomini. È un tema ancora poco rappresentato nel documentario italiano. Ti interessava rovesciare qualche stereotipo?

«Non intenzionalmente. O meglio, il progetto nasce perché semplicemente avevo la storia giusta al momento giusto e i protagonisti mi hanno messo tutta la loro vita in mano con totale fiducia – e forse anche un briciolo di follia – dicendomi: “Ecco, fanne quello che vuoi”. Quando Luca mi ha presentato Mario ho visto che funzionavano molto bene insieme sullo schermo nonostante la differenza di età e senza necessariamente bisogno di parlare tra loro. Ne emerge il ritratto di un’amicizia molto onesta, complice, immediata. E’ il mio sguardo, ma è la loro vita, i loro sogni, i loro dubbi, la loro quotidianità. Mi fa piacere se questo progetto sarà in grado di aprire nuove prospettive sul modo di raccontare l’esperienza maschile al Cinema. Io ho fatto del mio meglio. Luca e Mario hanno fatto di più». 

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