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Superman e la fatica di divertirsi: quando i cinecomic diventano lo specchio dei nostri gusti (e dei nostri pregiudizi)

Il film di James Gunn con David Corenswet divide pubblico e critica, tra entusiasmo, cinismo e un dubbio di fondo: cosa cerchiamo davvero da un film di supereroi?

Freshly Popped

ROMA – C’era un tempo in cui bastava un mantello che svolazzava nel cielo per farci trattenere il fiato. Ora non più. Ora entriamo in sala con lo sguardo carico di aspettative, pronti a giudicare prima ancora di sentire. Soprattutto quando si tratta di un film come Superman, che prende un’icona e la rimette in gioco con coraggio, ironia e una buona dose di cuore.

Il film diretto da James Gunn e interpretato da David Corenswet ha diviso pubblico e critica. Per alcuni è un’avventura leggera e tenera, capace di riscoprire lo spirito dei fumetti vintage. Per altri è troppo: troppo rapido, troppo ironico, troppo pieno. Come se cercare di far divertire fosse diventato, in sé, qualcosa di sospetto. Ma forse il punto non è tanto il film, quanto noi. E allora la domanda potrebbe assumere delle sembianze ancora più inquietanti di qualsiasi film. Sappiamo ancora divertirci?

Perché oggi guardare un cinecomic non è più solo intrattenimento: è partecipazione a un discorso collettivo, pieno di riferimenti, meme, aspettative, confronti. È come se ci fosse sempre un filtro tra noi e le emozioni. E così anche un film che ci invita, con semplicità, a tornare a sognare… ci trova già stanchi. Divertirsi, oggi, è diventato quasi un atto di resistenza.

E Superman, nel suo piccolo, ci prova. Non vuole essere perfetto. Vuole essere vicino. Vuole ricordarci che non c’è niente di sbagliato nella trasparenza, nella dolcezza, nella luce. E lo fa anche grazie a Corenswet, che porta il peso di un mito senza perderne l’umanità, con uno sguardo limpido, vulnerabile, quasi da ragazzo. Di quelli che sembrano ancora capaci di meravigliarsi. Non è un cinecomic che vuole rivoluzionare il genere. È un film che ci chiede solo una cosa semplice: ti va di crederci ancora, anche solo per due ore?

E forse sì. Anche se oggi siamo spettatori iper-consapevoli, con lo sguardo sempre puntato a decostruire, anche se il cinismo sembra spesso avere la meglio sull’incanto, Superman ci ricorda una cosa semplice: che il cuore può ancora battere, anche sotto un costume, anche dentro una storia che abbiamo sentito mille volte. Perché a volte basta davvero poco. Uno sguardo sincero. Un volo nel cielo. E la voglia, anche solo per un istante, di crederci ancora.

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