BARI – Due amici, un cane da salvare, un bosco che inghiotte più di quanto lasci vedere: Io non ti lascio solo si apre con gli elementi essenziali di una storia d’avventura, ma li piega subito verso qualcosa di più inquieto e profondo. Presentato in concorso al Bif&st e ora al cinema, il nuovo film di Fabrizio Cattani con Giorgio Pasotti, parte da una traccia narrativa lineare e semplice, per trasformarla poi in un racconto sullo smarrimento e sulla perdita. Perché non si tratta davvero di ritrovare un animale, ma di attraversare il momento in cui l’infanzia si incrina, cambia, e il mondo, improvvisamente, smette di essere leggibile.

Filo e Rullo si addentrano nel bosco seguendo una missione concreta, quasi ostinata, trovare Birillo, il cane che il padre di Filo ha perso, ma il viaggio prende presto una direzione diversa: più che un percorso fisico, diventa un attraversamento emotivo. Il bosco è uno spazio mentale, ambiguo e stratificato, e i due protagonisti non lo attraversano davvero: ci si perdono dentro, come dentro qualcosa che non riescono a nominare. Il regista, Fabrizio Cattani, costruisce un racconto fatto di silenzi e attese. Ed è proprio in questa scelta stilistica che il film trova la sua forza e, insieme, il suo limite. La regia punta su un realismo emotivo che si affida quasi interamente allo sguardo dei protagonisti. I giovani interpreti sono credibili, spontanei, convincenti, capaci di restituire quella zona opaca dell’infanzia in cui le emozioni non hanno ancora un linguaggio definito. Tuttavia, la rarefazione narrativa rischia a tratti di smorzare la tensione, lasciando il racconto in una dimensione sospesa che non sempre riesce a evolvere. In questo quadro, il mondo adulto, rappresentato dal personaggio interpretato da Giorgio Pasotti, resta sullo sfondo, quasi sacrificato. È una presenza distante che fatica a comprendere fino in fondo il dolore dei più piccoli. Ma non è un distacco voluto, è la difficoltà di raccontare, spiegare una perdita. E se da una parte, questo è coerente con il punto di vista del film, dall’altra contibuisce a dare una sensazione di incompletezza che si dilunga.

Io non ti lascio solo privilegia l’atmosfera alla narrazione e la suggestione alla costruzione classica del racconto. È una linea che il regista segue con coerenza e sensibilità, senza però spingersi fino in fondo verso una vera radicalità, nè formale né emotiva. I dialoghi, più presenti nella seconda parte, non servono solo a spiegare, ma ad amplificare il vuoto. Raccontano il buio che resta quando si perde qualcuno che si ama, quando le parole smettono di bastare. Ne deriva un percorso volutamente disorientato, senza una direzione ben precisa: una foresta, come quella in cui si perde il cane, da cui si fa fatica a uscire e in cui, inevitabilmente, ci si trasforma. Ne emerge un film sincero, misurato, che trova nei dettagli e nei non detti la sua cifra più autentica. Un racconto di formazione che evita scorciatoie e semplificazioni, scegliendo di restare in una zona fragile e incerta, dove le emozioni non sono ancora del tutto nominabili. Ed è proprio in questa sospensione che riesce a lasciare un segno sottile ma persistente.
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