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RECENSIONI I FRANCO BATTIATO – IL LUNGO VIAGGIO: alla scoperta di un uomo che veniva da un altro mondo

Un biopic che evita la mitologia facile e restituisce Battiato come figura viva, inquieta, irriducibile.

ROMA – Franco Battiato non è mai stato un uomo né un artista da catalogare. Le etichette gli stavano strette: ha sempre cercato altro, vivendo in questo mondo come se fosse solo uno dei tanti possibili. Non per vezzo né per posa, ma per un modo autentico di esistere: apparentemente distante, eppure ancorato alla realtà da un filo sottile e potentissimo, il suono. La sua musica. Raccontare Franco Battiato, a cinque anni dalla scomparsa, era un’operazione ad alto rischio: il biopic canonico era dietro l’angolo, con la sua inevitabile banalizzazione e la posa macchiettistica. Renato De Maria, con Franco Battiato – Il lungo viaggio, riesce invece in un’impresa tutt’altro che scontata: rendere omaggio a un artista immenso e alla sua eredità culturale e spirituale. Gran parte del merito va a Dario Aita, che veste i panni di Battiato facendoli propri. Non si limita a prestargli un volto o una voce, ma fa molto di più: intercetta un’essenza, va oltre la somiglianza e la rappresentazione, evitando la trappola dell’imitazione. Il suo Battiato è delicato e magnetico, terreno e ultraterreno, una creatura insieme mistica e sensuale, come se abitasse più dimensioni contemporaneamente.

Il film – al cinema dal 2 al 4 febbraio prima della messa in onda su Rai 1 dopo Sanremo – si apre con un’immagine che è già una dichiarazione d’intenti: l’Etna innevato, maestoso e fumante, sulle cui pendici risuonano le note de La Cura. Un paesaggio marziano, primordiale, che ritorna più volte come metafora di un viaggio interiore privo di traiettorie lineari, il luogo d’origine e di ritorno a cui l’artista riapproderà nella seconda fase della sua vita. Da lì si parte: Franco, per la madre semplicemente Ciccio, è un bambino curioso. Si rompe il naso giocando a pallone – scherzerà per tutta la vita su quell’episodio che, a suo dire, gli ha conferito l’iconico profilo aquilino – non conosce ancora la musica, ma ne è già attratto. E soprattutto avverte che il suo destino lo porterà altrove. L’infanzia cede presto il passo all’età adulta: Milano, la sperimentazione musicale, la ricerca, la scoperta della meditazione, la crisi, e infine la fase della divulgazione, quella in cui Battiato decide di non essere più solo per sé, ma di arrivare al grande pubblico, senza mai semplificarsi davvero. La voce del padrone – album del 1981 che contiene capolavori come Centro di gravità permanente, Cuccurucucù, Bandiera bianca e molti altri – non è solo un successo discografico: è un terremoto culturale, un disco capace di entrare nelle case di tutti senza rinunciare alla complessità.

«Sono un fantasma post-apocalittico venuto dal futuro», dice Franco alla madre Grazia, con quella calma sorridente che lo ha accompagnato per tutta la vita. Grazia, interpretata con misura e intensità da Simona Malato, è l’unico vero legame terreno, il più saldo, il resto è ascesi: la musica come pratica spirituale, l’esperienza come ricerca continua, quel “conosci te stesso” appreso dal pensiero di Gurdjieff, figura determinante nel cambiamento del suo percorso umano e artistico. C’è tutto nel film di De Maria, scritto da Monica Rametta – autrice tra gli altri di altri biopic musicali come Io sono Mia e La bambina che non voleva cantare, dedicato a Nada – e montato con grande sensibilità da Marco Spoletini: i colori psichedelici, la meditazione, i viaggi in Oriente, gli iconici videoclip ricostruiti con una fedeltà tale da far dubitare che siano finzione. Persino gli oggetti di culto, come la sedia a dondolo della celebre copertina de La voce del padrone, diventano segni di un lavoro condotto con rispetto, ma soprattutto con amore e comprensione del personaggio. Nel film la filosofia non è un ornamento, ma una vera spina dorsale. E poi c’è la musica, tanta: non solo quella suonata – accompagnata dall’immancabile maestro Giusto Pio – ma anche quella ascoltata, assorbita, rielaborata nei brani che citavano Dylan, Beethoven, Alan Sorrenti, i Beatles. Numerosi anche i volti amici, noti e meno noti, che attraversano il racconto: dall’incontro con Antonio Ballista a Juri Camisasca, dall’amica Fleur Jaeggy – interpretata da Elena Radonicich – fino a Giuni Russo e Giorgio Gaber.

Ma cosa si nascondeva davvero dietro quel celebre centro di gravità permanente? Forse un antidoto al caos dell’uomo medio, canzoni pop, sì, ma solo in superficie: sotto, opere stratificate, colte, densissime. Dario Aita è magistrale: potente e leggero, intenso senza mai scivolare nella caricatura. Perfettamente a suo agio nei panni di un uomo che sembrava muoversi per connessioni, mescolando frasi, suoni e lingue. Un Maestro che non voleva essere definito tale, capace di cantare l’amore nel modo più puro e profondo – come cura, come intesa che eleva lo spirito – e allo stesso tempo di celebrare il corpo, con brani come Sentimento nuevo. Un’impresa riuscita magistralmente che ha omaggiato un uomo che non apparteneva a un solo mondo e che, proprio per questo, continua a parlare a tutti.

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