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Park Chan-wook alla Milanesiana: «Il cinema non cambia il mondo, ma può cambiare chi lo guarda»

A Milano il maestro coreano ripercorre il suo cinema tra vendetta, musica, politica e libertà creativa: un incontro tra ironia, rabbia e visione

MILANO – Alla Milanesiana 2026, Park Chan-wook è stato protagonista di uno degli incontri più attesi di questa edizione. All’Anteo Palazzo del Cinema, il regista coreano ha dialogato con la stampa in un appuntamento dedicato al suo cinema, alla sua poetica e al rapporto profondo tra immagini, musica, violenza, ironia e politica. Un confronto ampio, introdotto da Elisabetta Sgarbi e Marco Müller, che ha definito Park «un regista indispensabile per il futuro di quello che ancora ci ostiniamo a chiamare cinema».

La Rosa de la Milanesiana

Milano, la Milanesiana e il legame con l’Italia

Park Chan-wook ha aperto l’incontro parlando del suo rapporto con Milano, una città che non considera affatto nuova. «La città di Milano è un posto molto familiare per me. Sono stato già qua per un progetto legato a Zegna e anche per un cortometraggio con Luca Guadagnino, quindi ho avuto modo di vivere qui per diversi mesi». Un legame che non si è mai interrotto e che potrebbe continuare anche in futuro: «Oltre al cinema, ho iniziato anche a fare fotografia. Sto lavorando su una mostra e spero tanto che in un futuro vicino potrei fare una mostra anche a Milano, alla Milanesiana».

La musica come scintilla narrativa

Quando si parla di musica, Park Chan-wook rifiuta qualsiasi schema rigido, spiegando quanto il processo creativo cambi di volta in volta.«È sempre diverso. Raramente sono partito anche dalla musica, ma a volte succede. Non c’è una regola fissa nel mio modo di lavorare». Nel caso di Lady Vendetta, ad esempio, la musica è stata una presenza costante durante la lavorazione:
«Mentre producevo Lady Vendetta sembrava di avere qualche match con il barocco, la musica barocca italiana. Perciò ho sentito tante volte Vivaldi mentre lavoravo al film». Altre volte, invece, la musica entra direttamente nella scrittura: «Avevo pensato dall’inizio già alla musica di Mozart. Nel primo script che avevo scritto ho messo proprio una frase tipo: “qua inizia la musica di Mozart”. Quindi in quel caso la musica era già dentro il film prima ancora di girarlo».

Spazio, immagine e collaboratori: «Il cinema non è logico»

Parlando della costruzione visiva dei suoi film, Park ha insistito sul lavoro condiviso con i collaboratori, sottolineando quanto il cinema sia un processo collettivo.
«Tutti i miei collaboratori, art director, director di camera, lavorano con me per tanti mesi prima di girare il film. È un processo lungo, fatto di discussioni e scambi continui». La sceneggiatura, per lui, non è mai definitiva: «Il fatto che lo script esista già non significa che sia una storia finita. Può essere cambiata andando avanti, facendo idee insieme con altri collaboratori. È proprio nel dialogo che il film prende forma». E poi la frase che definisce meglio il suo approccio:
«Io mi ritengo una persona molto logica. Però girare film non è un lavoro logico. Non funziona in modo razionale come si potrebbe pensare». Le intuizioni arrivano spesso grazie agli altri:
«Loro fanno le domande e io, rispondendo, trovo qualche idea che non sapevo di avere. È così che nascono molte delle scelte visive».

Rabbia, Corea e politica: il motore dei primi film

Uno dei momenti più intensi è stato quello dedicato alla sua formazione in Corea del Sud durante la dittatura militare. «Quando eravamo giovani c’erano tanti problemi sociali e politici. La rabbia ci spinge ad andare avanti quando uno è giovane». Park ha raccontato quanto quel contesto abbia inciso sulla sua generazione: «Frequentavo l’università negli anni Ottanta e quel periodo era dittatura militare. Perciò la rabbia contro questo dittatore militare ci ha spinti, era qualcosa che faceva parte della nostra vita quotidiana». Con il tempo, però, quella rabbia si è trasformata:
«Invecchiando la rabbia un po’ diminuisce. Cambia forma, diventa una preoccupazione più generale per l’essere umano e per la società». E oggi il suo cinema si costruisce su un equilibrio preciso:
«Quando penso a un film cerco sempre di mettere insieme tre cose: la società, l’essere umano e il movie. È da lì che nasce tutto».

Il cinema può cambiare il mondo?

Alla domanda sul ruolo del cinema nella società contemporanea, Park ha risposto con grande onestà, senza offrire risposte semplici. «È una questione molto difficile, ma anche molto importante. Ogni volta che mi fanno questa domanda mi sento molto impotente». Secondo il regista, il cambiamento non nasce direttamente dall’arte: «Se un umano può cambiare vedendo cinema o arte, lui in sé già è cambiabile. Non è il film che lo cambia completamente, ma una predisposizione che esiste già». Ha fatto anche un esempio concreto:«Se parliamo di un film sul fascismo e qualcuno lo guarda e va contro il fascismo, vuol dire che già prima era una persona che poteva andare in quella direzione».Per questo rifiuta il cinema come strumento ideologico:
«Noi come cinematografi dobbiamo far vedere quello che pensiamo, ma non deve essere propaganda politica, non deve essere un pamphlet. Il cinema non deve convincere, deve mostrare».

Ironia, grottesco e violenza

In chiusura, Park ha parlato del suo uso dell’ironia all’interno di contesti violenti, uno degli elementi più riconoscibili del suo stile: «Uso ironia, paradosso, uno straniamento che potremmo definire kafkiano. È qualcosa che mi interessa molto nel raccontare le storie». Ma non si tratta mai di alleggerire la violenza: «Lo scopo di usare questa espressione molto grottesca non è diminuire il livello di violenza né purificarla. Non serve a renderla più accettabile». Al contrario, il risultato è opposto: «Ironia e paradosso non diminuiscono la potenza della violenza, ma la aumentano. La fanno vedere molto di più, la fanno sentire di più allo spettatore». È in questo equilibrio instabile tra bellezza formale e brutalità emotiva che si definisce il cinema di Park Chan-wook: uno spazio in cui lo spettatore non può restare distante, ma è costretto a confrontarsi fino in fondo con ciò che vede.

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