ROMA – Un uomo si risveglia legato a una sedia. Non ricorda di essere stato arrestato né di aver commesso un crimine. Davanti a lui non c’è un giudice, ma uno schermo che ricostruisce ciò che potrebbe aver fatto: versioni alternative degli stessi eventi, esiti via via più compromettenti. Ogni simulazione aumenta la probabilità della sua colpevolezza. In Mercy, il processo non serve a stabilire la verità, ma a verificare se l’innocenza sia ancora statisticamente sostenibile. Diretto da Timur Bekmambetov e interpretato da Chris Pratt e Rebecca Ferguson, il film immagina un futuro prossimo in cui l’indagine penale è affidata a un sistema di intelligenza artificiale capace di anticiparne gli esiti.
La verità delegata
Mercy comincia come se la storia fosse già in corso. Un detective (Chris Pratt) è accusato dell’omicidio della moglie e sottoposto a un processo automatizzato. Ha un tempo limitato per provare la propria innocenza, mentre il sistema ricostruisce una dopo l’altra versioni alternative dei fatti, facendo crescere progressivamente la sua probabilità di colpevolezza. L’intelligenza artificiale non assiste l’indagine: la sostituisce. Trasforma il processo in una sequenza di simulazioni probabilistiche. Non si cerca ciò che è accaduto, ma ciò che risulta più verosimile secondo il calcolo. Le ricostruzioni funzionano come livelli successivi che aprono e chiudono scenari, fino a ridurre la verità a una barra di progresso. L’errore umano viene espulso insieme al dubbio, alla responsabilità, alla colpa come scelta.
Figure più che personaggi
Chris Pratt abbandona l’istrionismo che lo ha reso una star globale e sceglie una recitazione trattenuta. Il suo protagonista è un uomo ordinario trasformato in oggetto di calcolo: un corpo immobilizzato, progressimante ridotto a dato. La scrittura gli nega un vero arco etico: è il corpo del film, non la sua coscienza. Più incisivo il personaggio di Rebecca Ferguson, baricentro emotivo del racconto, che incarna la faccia impeccabile del sistema promettendo un’ambiguità che resta però solo evocata.
Bekmambetov adotta un’estetica levigata e clinica: vetri, schermi, superfici trasparenti. Tutto comunica razionalità e controllo, ma finisce per attenuare l’angoscia invece di amplificarla. Quando la questione morale potrebbe farsi davvero perturbante, il film si orienta verso un thriller più convenzionale, riducendo la portata della sua premessa per garantire una maggiore efficacia narrativa.
Cromie fredde e controllo
La messa in scena è rigorosa, i movimenti di macchina misurati, la fotografia gioca su cromie fredde che evocano un futuro prossimo. Le sequenze investigative diventano livelli successivi di una simulazione e modificano il punteggio di colpevolezza. L’idea è visivamente efficace, ma concettualmente ambigua. Così strutturata, l’indagine perde peso: la giustizia smette di essere un atto definitivo e si trasforma in un loop.
Mercy è un thriller elegante, sorretto da un’intuizione forte, ma restio a spingersi fino alle sue estreme conseguenze. Intercetta una paura reale del nostro tempo e la traduce in un meccanismo avvincente ma trattenuto. In un mondo in cui la colpa è una percentuale, l’innocenza non è un diritto, ma una variabile destinata a scomparire.
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