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La rivoluzione è donna | Quel colpo di fulmine chiamato I Am The Revolution

Il documentario di Benedetta Argentieri? Una rivelazione assoluta. E una necessaria opera politica

Una scena di I Am The Revolution di Benedetta Argentieri.

SESTRI LEVANTE – Ancora lobotomizzati dall’effetto Avengers: Endgame, eravamo convinti che per essere tali le eroine dovessero necessariamente portare addosso nomi come Captain Marvel, Vedova Nera o Gamora, che dovessero combattere nello spazio e avere almeno un paio di super poteri. Invece, dentro un pomeriggio come un altro, qui al Riviera Film Festival irrompono sul grande schermo i volti meravigliosamente umani di Selay Ghaffat, Yanar Mohammed e Rojda Felat, tre superoine assolute, tre donne coraggiose in tempi difficili, protagoniste del bellissimo documentario I Am The Revolution, diretto da una giornalista e regista italiana: Benedetta Argentieri.

L’attivista irachena Yanar Mohammed, una delle tre protagoniste di I Am The Revolution.

Comincia come uno dei molti documentari sulla guerra visti in questi anni, sembra quasi un deja vù che mescola geopolitica e giornalismo, invece, quasi immediatamente, I Am The Revolution diventa altro, si trasforma in un’opera totalmente inedita, prendendo un’altra strada e regalandoci uno sguardo sul mondo femminile in tre luoghi difficili, quasi impossibili: Afghanistan, Iraq e Siria. Così, minuto dopo minuto, vediamo le vite delle tre donne intrecciarsi, la telecamera ci conduce in luoghi impensabili, tra un concilio di donne di un villaggio afghano e una caserma in Rojava.

Rojda Felat, comandante del YPJ in Rojava, Siria del Nord.

Minuto dopo minuto scorrono facce e espressioni, rabbia e lacrime, una finestra si apre su mondi di cui pensavamo di aver visto, di aver letto, di conoscere. Invece no. «E credo sia la dimostrazione di quanto poco si sappia ancora, purtroppo», ci confida Benedetta Argentieri alla fine della proiezione. «In Europa siamo convinti che in Paesi come l’Iraq o l’Afghanistan le donne se ne stiano chiuse in casa aspettando che qualcuno risolva i loro problemi, invece non è così. Ci sono dei movimenti che con grande coraggio cercano di cambiare le cose».

Una componente dell’esercito dell’YPJ, unità di protezione delle donne.

Difficile scegliere in mezzo al fiume di visioni e emozioni che regala I Am The Revolution – che rimane una vera opera politica, nel senso più alto e nobile del termine – ma a colpire è soprattutto la figura carismatica e affascinante di Rojda Felat, quasi una Che Guevara curda, occhi gentili ma sguardo feroce, la donna che, a capo di migliaia di uomini, è stata capace di sconfiggere l’Isis a Raqqa e non ha paura di commuoversi davanti ai suoi martiri: «Per arrivare a lei è stato paradossalmente molto facile», ricorda la Argentieri, «ho chiesto all’esercito curdo se fosse possibile intervistarla e loro si sono fidati, mi hanno lasciata andare. Avevano visto cosa avevo girato e mi hanno lasciato andare da lei».

Selay Ghaffat, attivista afgana per la libertà e l’uguaglianza.

In tempo di sovraesposizione e titoli inutili, in un momento storico in cui abbiamo l’illusione di essere connessi con tutto e tutti, I Am The Revolution diventa così più di un semplice documentario, una rivelazione totale, un cambio di punto di vista che non può lasciare indifferenti e che – mentre scorrono i titoli di coda – porta a chiederci: ma cosa conosciamo veramente? E quanto differisce quello che pensiamo di sapere da ciò che sappiamo realmente? Cercatelo, consigliatelo, diffondete il verbo: da qui non si torna indietro. Fondamentale.

  • Qui potete vedere il trailer di I Am The Revolution:

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