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Gli occhi degli altri | Il volto oscuro del potere nel nuovo film di Andrea De Sica

Un dramma ispirato a un fatto di cronaca che esplora le derive del possesso. Dal 19 marzo al cinema.

ROMA – C’è una luce quasi crudele all’inizio de Gli occhi degli altri. Una luce piena, mediterranea, che avvolge il mare e le rocce di un’isola senza nome trasformando il paesaggio in un’immagine di bellezza quasi assoluta. È proprio dentro questa apparente perfezione che Andrea De Sica fa nascere il suo racconto, costruendo fin dalle prime inquadrature una tensione visiva e simbolica che attraverserà tutto il film.

Il marchese Lelio – interpretato da un intenso e inquietante Filippo Timi – domina l’isola come se fosse una sua estensione naturale. Proprietario della terra, della casa, delle feste che animano i fine settimana mondani della sua cerchia, esercita un potere che sembra non conoscere limiti. Ma è proprio lo sguardo, più ancora della ricchezza, lo strumento con cui quel potere si manifesta.

Lo sguardo è anche il centro della relazione che lega Lelio a Elena, la donna interpretata da una magistrale Jasmine Trinca. Quando appare per la prima volta Elena è già inscritta in una dinamica visiva: è osservata, misurata, desiderata. Il film la introduce attraverso gli occhi di lui, collocandola inizialmente nella posizione di oggetto di contemplazione.

Eppure Elena non resta mai completamente prigioniera di quello sguardo.

La loro relazione nasce durante uno dei raffinati raduni organizzati dal marchese, eventi in cui l’alta borghesia si ritrova in una sorta di enclave sospesa dal mondo. Tra battute di caccia, conversazioni pungenti e una mondanità che sfiora l’apatia, i due si avvicinano fino a trasformare l’attrazione in una storia d’amore. Nel giro di un anno diventano marito e moglie, dando vita a un legame costruito su una passione erotica intensa e ambigua.

Il desiderio di Lelio ha infatti una forma precisa: osservare. Guardare Elena mentre si offre ad altri uomini, trasformando l’intimità in spettacolo privato. È un rituale voyeuristico che all’inizio sembra condiviso e quasi parte di un gioco di libertà e complicità.

Ma sotto la superficie della trasgressione si nasconde qualcosa di più inquietante.

Con il passare del tempo il gioco rivela la sua natura di dispositivo di controllo. La libertà promessa si rivela una costruzione fragile e l’atteggiamento di Lelio – insieme arrogante e vulnerabile – lascia emergere una gelosia sempre più ossessiva. Il desiderio di possesso, che inizialmente si travestiva da libertà erotica, finisce per rivelarsi nella sua forma più distruttiva.

Elena però cambia posizione e inizia lentamente a comprendere la dinamica di potere e di controllo. Non smette di essere osservata, ma smette progressivamente di coincidere con l’immagine che il marito ha costruito per lei. La sua presenza nel film si trasforma, rifiutando di restare semplice ornamento del potere maschile.

Attorno alla coppia si muove un gruppo di amici aristocratici che sembra vivere in uno stato di sospensione morale. Le loro giornate si consumano tra infinite feste e un senso di impunità diffusa. Nessuno sembra davvero vedere ciò che accade, o forse nessuno vuole farlo. L’indifferenza collettiva diventa così parte integrante della tragedia che lentamente prende forma.

La vicenda prende spunto da un episodio di cronaca che scosse profondamente l’Italia degli anni Settanta: il duplice omicidio compiuto dal marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, che uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti – interpretato nel film da Matteo Olivetti – prima di togliersi la vita. In Gli occhi degli altri, tuttavia, Andrea De Sica non si limita a trasporre quei fatti sullo schermo. Li rielabora e li trasfigura, cambiando nomi, luoghi e dinamiche, per farne il punto di partenza di una riflessione più ampia e stratificata sul desiderio, sul potere e sull’idea malata di possesso all’interno delle relazioni. Il risultato è un racconto costruito con grande rigore formale e una cura evidente per ogni dettaglio visivo e narrativo, segno di un lavoro attento e consapevole che attraversa l’intero film.

La tragedia non irrompe mai all’improvviso: prende forma lentamente, insinuandosi in un paesaggio inondato di luce, come un’ombra che si allunga quasi impercettibilmente prima di diventare visibile. È proprio in questa tensione tra luminosità e oscurità che il film costruisce il proprio significato più profondo. La bellezza del luogo, apparentemente intatta e rassicurante, finisce per diventare il contrappunto inquietante delle dinamiche che lo abitano. Così ciò che all’inizio appare perfetto e luminoso rivela gradualmente un volto più cupo, ricordando come anche negli scenari più seducenti possano maturare le forme più sottili e progressive della violenza, che raramente esplode all’improvviso ma si manifesta, piuttosto, poco alla volta.

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