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Carlo Verdone al Marateale 2025: il comico, il poeta, il fotografo. Dialogo sul tempo che passa e su quello che verrà

Al Marateale 2025, Verdone si racconta tra 30 anni di Viaggi di nozze, la nostalgia di Un sacco bello, l’arte della commedia che riflette e la scoperta di un silenzio fotografico.

Carlo Verdone durante la Masterclass al Marateale 2025
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MARATEA – Quando Carlo Verdone parla, è difficile distrarsi. Le sue parole sono così, ti portano dentro un’Italia che ride e piange allo stesso tempo, tra un flûte a Forte dei Marmi e un pallone tirato nel camino. Al Marateale 2025, Verdone si racconta senza filtri durante una masterclass alla presenza di tanti giovani, aspiranti attori. Comico, regista, figlio, fotografo, pedagogo di anime smarrite: una masterclass che diventa seduta collettiva, un racconto sulla nostalgia che non frena, ma spinge. Si ride, certo. con lui sempre. Ma alla fine sempre quella sensazione, talvolta inspiegabile, di aver imparato (ancora) qualcosa.

Un frame di Viaggi di nozze

30 anni di Viaggi di nozze

«Quando risento quei numeri — trent’anni — mi prende un groppo», dice. «È un film che tutti conoscono a memoria. Ma io, quando lo riguardo, penso: com’è cambiato tutto. Oggi Viaggi di nozze non si potrebbe più fare così. Perché è cambiata l’umanità. Ivano e Jessica erano due personaggi innocui. Ridicoli. Ma oggi la realtà è andata oltre: oggi sarebbero tatuati, ossessionati dai social, pieni di cinismo. Quando l’ho fatto, mi sembrava di aver esagerato. Oggi capisco che ero ancora dietro rispetto alla realtà.»

Una scena cult di Un sacco bello

Da Un sacco bello a oggi: il tempo, il pubblico, la solitudine

«Sono andato a Bologna, in Piazza Maggiore, a presentare Un sacco bello. Pensavo: chi vuoi che venga? Lo hanno visto tutti. Invece, 8.500 persone. Mi sono emozionato. Quando ho rivisto le scene, pensavo: ma quello chi è? Non ero io. Cambia la faccia, cambia il modo di recitare. Quello era il modo giusto per i miei 28 anni. Il tempo è volato. Mi dico: com’è possibile? Quarantasette anni di lavoro…» E sulla tenuta dei suoi personaggi: «Quei film restano perché sono onesti. C’è dentro tutto: mitomania, tic, fragilità, sincerità.»

Il metodo Verdone: improvvisazione, osservazione, dettaglio

«Io improvviso. Le cose più riuscite non sono scritte. Con Claudia (Gerini) mi è capitato più di una volta di sorprenderla: si doveva mordere il labbro per non ridere. Tutta la scena del ristorante nasce così. Loro, ormai esauriti, fingono di non conoscersi. Ma il gioco si inceppa, e lui resta solo col pallone. Palleggia nel salotto. Un finale comico, sì. Ma è solitudine pura. Il dramma vero è che non si parlano più. Dicono 18 frasi in tutto il film. Sempre le stesse.»

Gli elementi naturali sono spesso presenti negli scatti di Verdone

Il silenzio come rifugio: la fotografia

«Nelle mie foto non c’è mai un essere umano. È il mio modo per ritirarmi dal frastuono. Fare il mio lavoro vuol dire essere sempre circondato da gente, da parole. Fotografare è il mio momento mistico. Non sono cartoline. Sono attimi irripetibili. Hai due secondi per catturarli: o li prendi o li perdi. Il cielo, la nebbia, i colori che arrivano col tramonto… Sono momenti sacri».

Commedia e giovani: tra cinismo e speranza

«Oggi fare commedia è difficile. La gente vuole ridere, ma allo stesso tempo si chiede: ma che c’è da ridere? La commedia non deve solo divertire. Deve far riflettere. Se no, non serve a nulla. Serve un cambio generazionale. Solo un giovane, con la sensibilità giusta, può raccontare il presente. Io non posso più farlo. Posso aiutare, ma quei tic, quei linguaggi non mi appartengono più. E soprattutto, non bisogna perdere la memoria storica. Sordi, Tognazzi, Germi, Monicelli… Senza di loro, non saremmo qui. La storia va conosciuta per creare qualcosa di nuovo.»

Carlo Verdone con suo padre

Figlio di un padre senza flash

«Io sarò sempre figlio del professor Verdone. Papà non era celebre, non ha avuto fama, ma era una luce. Aveva il dono di educare anche quando stava zitto. Era una persona con una cultura inimmaginabile: Ha scritto sul futurismo, sul dadaismo, sul neorealismo. E poi ci ha insegnato, sempre una cosa: a essere seri, solidi, sinceri. Quindi mi sento di dire che senza di lui, in quello che è stato per me, io non ci sarei.»

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