ROMA – C’è chi lo considera un insulto e chi, come Ben Stiller, lo trasforma in un punto di partenza. L’espressione “nepo baby” – ormai diventata un termine di uso comune a Hollywood – racchiude un paradosso tutto contemporaneo: essere figli d’arte significa davvero avere una corsia preferenziale, o semplicemente nascere immersi in un linguaggio che poi diventa vocazione?
Stiller, figlio dei leggendari comici Anne Meara e Jerry Stiller, ha fatto di questa eredità il cuore del suo nuovo documentario Stiller & Meara: Nothing Is Lost, presentato al New York Film Festival. Un progetto intimo, nato dal desiderio di preservare la memoria dei genitori e di capire cosa significhi, oggi, appartenere a una “dinastia” dello spettacolo.
Il regista di Tropic Thunder e Escape at Dannemora non si nasconde dietro le polemiche: riconosce che il privilegio esiste, ma ricorda anche che crescere in una famiglia di artisti espone, fin da piccoli, al lato più fragile e caotico di questo mestiere. Dietro il glamour ci sono le difficoltà, la pressione, la paura di non essere mai all’altezza di un nome che pesa. Eppure, proprio lì, tra le crepe, nasce la spinta a continuare.
Nel suo sguardo ironico e malinconico convivono due verità: l’arte come dono e come fatica, l’eredità come bagaglio e non scorciatoia. Stiller sembra suggerire che ogni “nepo baby” porta con sé un’eredità da riscrivere, non da giustificare. Perché in fondo il talento, come una storia di famiglia, non si eredita soltanto: si reinventa.
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