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INTERVISTE I LeiKiè: «Non sono io a essere fuori dagli schemi, sono gli schemi a essere fuori di me!»

Dalla nascita di PAPmusic al nuovo singolo Solo un gioco è?, fino all’arrivo del videogioco PAPgame: l’artista racconta a Hot Corn il suo universo creativo tra musica, animazione, trasformismo e libertà espressiva. «Diventando qualcun altro, finisci per scoprire qualcosa di te che non sapevi di essere».

ROMA – Un universo creativo in cui musica, animazione, teatro e trasformismo si incontrano, dando vita a storie surreali e personaggi fuori dagli schemi. È il PAPworld, il mondo ideato da LeiKiè, artista, cantautrice, compositrice e regista italiana che con il lungometraggio animato PAPmusic – Animation for Fashion ha dato forma a un progetto capace di superare i confini del cinema per espandersi in nuovi linguaggi. Oggi questo percorso prosegue con Solo un gioco è?, il nuovo singolo – scritto da LeiKiè, prodotto da Not Just Music S.r.l. e distribuito in streaming da CG Entertainment – accompagnato da un videoclip a metà strada tra reale e surreale, che mescola romanticismo, ironia e colpi di scena, trasformando una favola in un racconto imprevedibile. Terzo capitolo musicale dopo BREAKING PAPnews e Gioco a PAPmusic Game, il brano – combinando dissemina nuovi indizi sull’arrivo di PAPgame, il videogioco ispirato al film e atteso entro la fine del 2026 su Android e iOS.

Con un ritmo pop ironico e teatrale, Solo un gioco è? invita a entrare nell’universo surreale e giocoso di PAPgame attraverso una scrittura immediata e provocatoria, immagini paradossali e personaggi comici fuori dagli schemi. Il ritornello, costruito per restare impresso e farsi cantare, alterna melodia, ritmo e accenti vocali teatrali, rafforzando l’identità riconoscibile del progetto. Ne emerge un disordine creativo e colorato, in cui la musica non si limita ad accompagnare le immagini, ma diventa parte integrante della narrazione, contribuendo ad alimentare il mistero di PAPgame e a coinvolgere il pubblico.

In questa intervista, LeiKiè racconta la libertà di attraversare identità differenti, il piacere di sovvertire le aspettative e la nascita di un universo narrativo in continua espansione. Dalla genesi di PAPmusic al rapporto con il pubblico, fino alla possibilità di essere artisti senza lasciarsi definire da un’unica etichetta, emerge una visione creativa in cui l’ironia diventa un modo per esplorare la realtà e la fantasia uno spazio da condividere. Perché, nel PAPworld, la domanda resta aperta: è solo un gioco?

“Solo un gioco è?” sembra quasi una domanda-provocazione. Che cosa vuole suggerire davvero questo titolo e perché ha scelto di costruire il nuovo brano proprio intorno all’idea del gioco?

”Effettivamente, quel “solo” nel titolo è un piccolo provocatore. Sembra voler rassicurare: tranquilli, è soltanto un gioco! E invece arriva quel punto interrogativo a scompigliare tutto… un po’ alla PAPmusic, dove è tutto vero, anche il contrario di tutto! È un invito a fantasticare, a lasciare libero l’immaginario, tra gioco, seduzione e colpi di scena che sorprendono al di fuori di ogni logica. Perché la stessa scena può suscitare emozioni e interpretazioni completamente diverse, persino opposte. “Solo un gioco è?” è la terza canzone che, attraverso un corto musicale, continua a raccontare il videogioco PAPmusic Game, AKA PAPgame.

Non potevamo presentare il videogioco in maniera convenzionale. PAPgame nasce dalla commedia musicale PAPmusic – Animation for Fashion e, come ogni creatura del PAPworld che si rispetti, porta con sé il suo DNA: una narrazione che si sviluppa anche attraverso la musica, dove canzoni, immagini e personaggi continuano a intrecciarsi e a sorprendersi a vicenda. Ho costruito questi brani intorno al gioco perché è proprio questo lo spirito di PAPgame: narrare, divertire, spiazzare e invitare a entrare in un universo dove anche l’assurdo può avere un senso. E soprattutto dove, al posto dell’aggressività, preferisco lasciare spazio all’ironia, alla fantasia e al PAPlove!

PAPmusic è nato fuori dagli schemi e ha dato vita a un mondo PAPizzato in continua espansione, che sembra non avere alcuna intenzione di fermarsi. E allora, secondo voi, tutto questo “Solo un gioco è?”… Ce lo chiediamo anche noi! E, a dire il vero, non conosciamo ancora la risposta. Sappiamo soltanto una cosa, questa volta senza punti interrogativi: ci piace giocare. E nel dubbio… continuiamo a giocare!”.

 Nel videoclip Lei e Lui sembrano inizialmente protagonisti di una classica favola romantica, ma la storia prende presto una direzione completamente diversa. Quanto è importante, per lei, spiazzare lo spettatore e sovvertire le aspettative?

”Spiazzare lo spettatore, per me, è fondamentale. Mi diverte accompagnarlo verso qualcosa che sembra prevedibile, lasciargli immaginare come andrà a finire e poi, proprio quando è convinto di aver capito tutto… cambiare improvvisamente le carte in tavola! Un po’ come fa con me la vita quando mi scrive la sua sceneggiatura. Forse per questo adoro il contrasto e mi diverto a creare sorprese inaspettate. È il mio divertimento segreto. Per molti è follia, per me è linfa.

Ma non è soltanto il gusto di sorprendere. Credo che sovvertire le aspettative sia un modo per risvegliare l’immaginazione, rompere gli automatismi con cui interpretiamo ciò che vediamo e ricordarci che una storia può prendere infinite direzioni. Anche quelle che sembrano completamente assurde! Nel videoclip, per esempio, Lui e Lei sono immersi in una favola romantica e sensuale. Tutto sembra seguire il copione… finché una vecchietta sdentata, interpretata da una certa LeiKiè, irrompe con una risata che manda in frantumi l’incantesimo, insieme ai vetri dello schermo!

Il racconto ha questo potere meraviglioso: può portarci dentro un’emozione e, un istante dopo, mostrarcela da una prospettiva completamente diversa. E a volte basta un piccolo elemento fuori posto per trasformare il significato di un’intera scena. Mi piace pensare che lo spettatore non debba essere soltanto accompagnato lungo una storia, ma anche provocato a immaginarne altre. Perché quando qualcosa ci sorprende davvero, per un attimo smettiamo di prevedere e ricominciamo a guardare. E poi, diciamocelo… se una favola romantica non può permettersi neppure una vecchietta sdentata, che favola è?”.

Il PAPworld è un universo in cui musica, animazione, moda, teatro e storytelling si contaminano continuamente. Quando nasce un nuovo progetto, parte prima da una storia, da un personaggio, da un’immagine o dalla musica?

”Dipende dal progetto. Non ho una formula precisa, né un ordine da rispettare. Quello che cerco, prima di tutto, è un’intuizione capace di accendere la mia curiosità. Può essere una situazione, una frase, un’immagine, una melodia o un personaggio. L’importante è che mi porti in una dimensione parallela, dove ciò che sento cominci a prendere vita. Quando questo accade, mi metto in ascolto delle emozioni e comincio a esplorarne le possibilità narrative. Cerco di cogliere ciò che quell’idea vuole raccontare, di percepirne le vibrazioni e tradurle in qualcosa che lo spettatore possa vivere, non soltanto osservare. Nel caso di PAPmusic, questo ha significato costruire un universo in cui anche una scelta musicale, un movimento o un dettaglio visivo potessero contribuire alla caratterizzazione dei personaggi e allo sviluppo della storia.

Poi arriva la parte più impegnativa, ma anche una delle più appassionanti: trasformare ciò che immagino in qualcosa di concreto. Scrivere, comporre, dirigere, verificare il risultato, modificare ciò che non funziona. A volte un’intuizione richiede pochi interventi, altre volte bisogna lavorarci a lungo prima che trovi la sua forma. Qualunque sia il punto di partenza, ciò che trovo affascinante è vedere come quella dimensione inizialmente immaginata acquisti una propria identità, fino a diventare parte del mio universo creativo”.

Il trasformismo è uno degli elementi più riconoscibili del suo percorso artistico. Che cosa le permette di raccontare un personaggio diverso da sé che forse non riuscirebbe a esprimere attraverso la sua identità “reale”?

”Recitare, per me, significa esplorare l’anima umana. Uscire dalla propria vita per entrare in quella di un altro bipede è un viaggio intenso, a volte persino sconvolgente. Durante gli anni di teatro ho interpretato anche personaggi drammatici, che vivevo profondamente e che hanno contribuito molto alla mia formazione. In seguito, ho scelto di concentrarmi sulla leggerezza e sulla comicità, perché desideravo condividere emozioni gioiose. Ma anche quando racconto un personaggio in chiave comica, mi piace lasciargli un sottotesto agrodolce, una sfumatura nascosta che non tutti possono cogliere.

Il privilegio straordinario del mestiere dell’attore è proprio quello di poter vivere molte identità e, attraverso di esse, arrivare a dubitare persino della propria. Perché, in fondo, quanto di ciò che chiamiamo “identità” è davvero nostro e quanto è il risultato delle etichette che la società ci insegna ad attribuire a noi stessi e agli altri?

Credo che non esista un’identità definitiva, ma un universo di possibilità che spesso non esploriamo perché siamo troppo abituati a riconoscerci in un’unica versione di noi stessi. Interpretare un personaggio significa oltrepassare quei confini e scoprire qualcosa che, forse, senza di lui non avremmo mai incontrato. Quindi recitare un personaggio per me è un vero e proprio viaggio e, se è comico, diventa anche un allegro compagno di gioco. Mi è capitato spesso di togliere gli abiti di un personaggio e provare una profonda tristezza nel lasciarlo andare perché, dopo aver condiviso con lui emozioni, pensieri e una parte della mia vita, non è così semplice salutarlo. Forse è proprio questo il paradosso più affascinante del trasformismo: diventando qualcun altro, finisci per scoprire qualcosa di te che non sapevi di essere”.

Il suo nome d’arte, LeiKiè, richiama la domanda “Lei chi è?”. È una domanda che continua a porsi anche oggi, oppure sente di aver trovato una risposta attraverso tutti i personaggi e gli universi che ha creato?

”Sono sempre più confusa! La domanda “Lei chi è?” è come un sasso lanciato nel mare aperto: genera onde che continuano a propagarsi, senza fermarsi mai. L’unico rischio, per LeiKiè, è lo tsunami! Ma ho un segreto. Ho creato una tavola rotonda alla quale non invito i personaggi che interpreto in scena, bensì quelli che interpreto nella vita.

Sono tanti, diversi, spesso opposti e contrari. Alcuni vanno perfettamente d’accordo, altri litigano animatamente tra di loro. Cerco di mettere pace, ma non sempre ci riesco. Per fortuna, ogni tanto arriva il Saggio, che ha la pessima abitudine di nascondersi proprio quando servirebbe! E quando finalmente si presenta, tutto ritrova il proprio equilibrio.

Credo che il vero miracolo sia proprio questo: imparare ad accogliere tutte le parti di noi stessi, anche quelle che sembrano inconciliabili. L’accettazione non significa eliminare le contraddizioni, ma permettere loro di convivere. Ed è da questa armonia interiore che può nascere anche quella con il mondo che ci circonda. Quindi no, non ho trovato una risposta definitiva a “Lei chi è?”. Se un giorno dovessi sentire di sapere esattamente chi sono, mi sentirei come cenere nell’urna, liofilizzata”.

PAPmusic – Animation for Fashion è nato da un percorso di circa dieci anni e ha portato alla realizzazione di un film con 51 composizioni originali. Guardando oggi quel progetto, che cosa rappresenta per lei: un punto di arrivo o l’inizio di qualcosa di molto più grande?

”In realtà, tutto è cominciato quattordici anni fa, ben quattro anni prima dell’inizio della produzione del film, quando è nata l’idea di PAPmusic: un progetto che univa la Pop Art, la Pop Music e il P’AP, ovvero il prêt-à-porter. All’epoca, una serie animata era soltanto una piccola parte di quell’universo, per giunta quella più lontana nel tempo!

Ricordo che una parte di me era estremamente affascinata ed emozionata. Sentiva un fermento creativo forte, irrefrenabile, quasi impossibile da contenere. L’altra parte, invece, era cinicamente preoccupata e avrebbe volentieri abbattuto la sua compare in quattro e quattr’otto! Aveva già intuito, infatti, che quello sarebbe stato l’inizio di qualcosa di molto più grande. Anche a livello di preoccupazioni! Ma la compare, imperterrita, ha continuato per la sua strada, fino ad addentrarsi nella produzione di un lungometraggio animato.

I tanti scogli affrontati e superati nei dieci anni successivi hanno contribuito a dare forma a un film fuori dagli schemi, che oggi sembra non volerne sapere di restare confinato sullo schermo. Anzi, ne è uscito e, con una certa anarchia, continua a percorrere nuove strade, ovunque e senza preavviso. Quindi, guardando oggi PAPmusic, non lo considero né un punto di arrivo né semplicemente l’inizio di qualcosa di più grande. Direi piuttosto che è qualcosa di fuori misura!”

Con BREAKING PAPnews, Gioco a PAPmusic Game e ora Solo un gioco è? avete costruito una sorta di racconto a puntate, disseminando indizi prima dell’arrivo di PAPgame. Quanto è importante per lei coinvolgere il pubblico nel “mistero” invece di raccontargli tutto immediatamente?

”Per me il pubblico non è una terza parte che osserva passivamente, ma un compagno di viaggio con cui condividere emozioni, curiosità e divertimento. Mi piace coinvolgerlo, sorprenderlo e soprattutto farlo sentire parte di ciò che sta accadendo. È un po’ come organizzare un piccolo PAPparty! Si immagina la festa, si preparano gli ambienti, si cura ogni dettaglio pensando agli ospiti e a come farli stare bene. Ma invece di svelare subito tutte le sorprese, perché non accoglierli con una caccia al tesoro musicale? È proprio così che sono nati i racconti a puntate di PAPgame: ogni canzone, ogni cortometraggio musicale e ogni indizio aggiungono un tassello, lasciando a chi ci segue il piacere di immaginare, interpretare e scoprire ciò che potrebbe arrivare.

E la cosa più stimolante è che questo gioco non procede in una sola direzione. Le reazioni, le domande e le interpretazioni del pubblico diventano a loro volta fonte di ispirazione, tanto che chi partecipa finisce per essere, in qualche modo, anche co-creatore del racconto. Per questo preferisco non raccontare tutto immediatamente. Il mistero alimenta la curiosità, ma soprattutto crea uno spazio in cui possiamo giocare insieme. E spesso è proprio in quello spazio, tra ciò che mostriamo e ciò che ciascuno immagina, che nascono le sorprese più belle. Del resto, che PAPparty sarebbe se gli ospiti conoscessero già tutte le sorprese prima ancora di arrivare?”

PAPgame arriverà su Android e iOS entro la fine del 2026. Cosa cambia quando un universo nato dal cinema e dalla musica diventa anche un videogioco? È il pubblico a entrare nel suo mondo oppure, questa volta, è il PAPworld a entrare nel mondo del pubblico?

”Come si dice nel gergo cinematografico: “Buona la prima!”. Ma in questo caso… buona la seconda! Sarà il PAPworld a entrare nel mondo del pubblico. Si preannuncia una PAPinvasione, si salvi chi PAPpuò! Nel PAPworld ogni creazione può nascere ovunque e raggiungere il “dovunque”, perché tutto rimane connesso a ciò che lo circonda. Nulla è destinato a restare confinato in sé stesso. I personaggi nati sullo schermo possono continuare a vivere attraverso la musica, trasformarsi in protagonisti di un videogioco e arrivare direttamente nelle mani delle persone, entrando nella loro quotidianità.

È questo il bello di un universo costruito attraverso forme espressive differenti e universali: ciascuna conserva la propria identità, ma trova nelle altre nuove possibilità di esistere. Non c’è solitudine, perché ogni linguaggio può continuare il racconto iniziato altrove. E allora, più che di multimedialità, crossmedialità o transmedialità, qui si rischia la PAPmedialità! Un mondo in cui le forme espressive si incontrano, si completano e continuano a espandersi, senza chiedere il permesso ai confini che normalmente le separano. Con PAPgame, questo PAPworld ricolmo di PAPlove ambisce, entro la fine del 2026, a portare colore, sorrisi e un pizzico di sana follia nella vita delle persone, ovunque si trovino. Toc, toc! Chi c’è? PAPboh!”.

Il suo percorso attraversa teatro, musica, cinema d’animazione, regia e oggi anche gaming e contenuti digitali. Si sente più musicista, regista, performer, autrice o semplicemente artista?

”Se conoscessi la risposta, il mio nome non farebbe più assonanza con “Lei chi è?”! In realtà, non mi interessa tanto sentirmi musicista, regista, performer, autrice o artista. Quello che conta, per me, è sentire qualcosa dentro quando entro in un processo creativo, indipendentemente dal ruolo che sto ricoprendo o dal linguaggio attraverso il quale mi esprimo.

È una sensazione difficile da raccontare, perché appartiene a una dimensione che precede le parole e sfugge alle definizioni. È come se, per un istante, tutto ciò che normalmente ci identifica perdesse importanza. Non esiste più il mestiere, non esiste il ruolo, non esiste neppure la necessità di sapere chi siamo. Rimane soltanto una vibrazione profonda, una sorta di magia capace di sublimare l’anima e farla volare oltre i confini della quotidianità.

Credo che una delle sfide più grandi della vita sia proprio riuscire a ritrovare quella sensazione. Non necessariamente attraverso l’arte: ciascuno può incontrarla in modi diversi, in un gesto, in un incontro, nella contemplazione o in qualcosa di apparentemente insignificante. È quel momento in cui smettiamo di cercare una definizione di noi stessi e cominciamo semplicemente a sentirci vivi. Per me la creazione artistica è una delle strade che conducono a quella dimensione. La musica, il teatro, la narrazione e la regia sono linguaggi differenti attraverso i quali posso avvicinarmi alla stessa esperienza interiore. Cambiano gli strumenti, le tecniche, le difficoltà, ma ciò che cerco rimane immutato.

E forse la vera sfida non è soltanto raggiungere quello stato, ma riuscire a conservarne la memoria anche quando la magia svanisce e la quotidianità torna a reclamarci. Ricordarsi che esiste, per poter ritrovare la strada verso ciò che siamo, prima ancora di ciò che facciamo. Perché, alla fine, i ruoli, le professioni e le definizioni sono soltanto il contorno. Il vero respiro che dona “vitalità alla vita” è quell’istante indescrivibile in cui qualcosa di ineffabile ci attraversa, un fremito dell’essere capace di elevarci oltre ogni confine, fino a farci percepire l’infinito racchiuso nella nostra stessa esistenza”.

In un’epoca in cui spesso tutto viene progettato per essere immediatamente comprensibile e classificabile, lei ha scelto un linguaggio volutamente surreale, ironico e fuori dagli schemi. Che cosa significa oggi, per lei, essere “fuori dagli schemi”?

”Il linguaggio è dettato dalla lingua che conosci e che ti appartiene. Quando rimani davvero in ascolto di te stesso, finisci per esprimerti attraverso ciò che sei, senza dover necessariamente cercare una forma che gli altri possano riconoscere o classificare. Io non cerco di essere fuori dagli schemi, ma mi rendo conto che, di solito, sono gli schemi a essere fuori di me! Non sento il bisogno di infrangerli per il gusto di farlo, né di essere diversa per distinguermi. Semplicemente, quando un’idea prende forma, cerco di seguirne la natura senza costringerla dentro confini prestabiliti. Se poi il risultato appare surreale, ironico o fuori da ogni logica convenzionale, forse è soltanto perché quella è la sua forma più autentica.

Non a caso, una delle frasi del film “PAPmusic – Animation for Fashion” rimaste più impresse, e che ancora oggi continua a circolare, è: “PAPizzati anche tu! Se tutti diventiamo matti, poi tutti sembreremo normali.” Dietro questa provocazione comica si nasconde una riflessione che mi sta molto a cuore: quanto di ciò che consideriamo normale nasce davvero da una nostra convinzione e quanto, invece, dall’abitudine di vedere tutti comportarsi nello stesso modo? E così, paradossalmente, ciò che dovrebbe essere naturale, ovvero esprimere liberamente la propria individualità, rischia di farci sentire fuori luogo.

Credo invece che la libertà dell’essere umano, quando è accompagnata dal rispetto per sé stesso e per gli altri, non debba conoscere barriere. Essere autentici non significa negare gli altri, ma riconoscere a ciascuno la possibilità di esistere senza dover somigliare necessariamente a qualcuno. È anche questo il significato di essere PAPizzati: accogliere la propria unicità e quella degli altri, lasciando spazio alla fantasia, alla leggerezza e alla gioia di vivere. Perché, in fondo, non è detto che chi è fuori dagli schemi abbia perso la strada. Magari sono gli schemi che non hanno ancora imparato a viaggiare!”.

Dopo PAPgame, quanto è già scritto del futuro del PAPworld? Possiamo aspettarci che questo universo continui a vivere anche oltre il videogioco, magari attraverso nuovi personaggi, nuove musiche o nuovi formati?

”Il PAPworld vive il momento e non programma il futuro. Si salva perché è abilissimo a improvvisare! E quando non ci pensa lui, ci pensano le sue ramificazioni, che sembrano avere una volontà propria e una spiccata tendenza a prendere iniziative senza consultare nessuno. Del futuro sa soltanto che esiste e che, prima o poi, arriverà. Ma non sembra preoccuparsene particolarmente. Preferisce occuparsi del presente, lasciando che siano le intuizioni, gli incontri e qualche imprevisto a suggerirgli la prossima direzione. D’altronde, il PAPworld non è nato per rimanere immobile. Ogni sua creatura può generare nuove storie, nuove musiche, nuovi personaggi e magari forme espressive che oggi non abbiamo neppure immaginato. Non sappiamo ancora quali strade percorrerà, anche perché potrebbe decidere di cambiarle proprio mentre le stiamo raccontando!”

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