ROMA – C’è chi misura il successo attraverso i numeri, la visibilità e la capacità di restare costantemente al centro dell’attenzione. E poi c’è chi sceglie una strada diversa, più lenta e personale, nella quale la musica diventa prima di tutto uno spazio di libertà. Stefano Bertozzi appartiene a questa seconda categoria. Con Fly Away, il suo terzo album, diretto da Francis Gorini e registrato al London Mixing Studio, il cantautore costruisce un viaggio attraverso dieci canzoni nate in luoghi e momenti differenti della sua vita. Dalle suggestioni del suo primo viaggio in Cina ai silenzi del deserto del Wadi Rum, ogni brano custodisce un frammento di esperienza, una riflessione o un’emozione. La scrittura è essenziale, talvolta vicina alla forma dell’haiku, mentre italiano, inglese e spagnolo convivono in un universo musicale che non sembra conoscere confini. Lontano dall’urgenza di pubblicare e dalla ricerca continua di visibilità, Bertozzi definisce la musica il proprio secret garden: un luogo intimo nel quale coltivare idee e melodie senza scadenze. Lo abbiamo incontrato per parlare del nuovo disco, dei viaggi che hanno alimentato la sua creatività e di quella che, con una punta d’ironia, definisce la ricerca di un «successo sotterraneo».
«Difficilmente ascolto i brani che ho scritto. L’unica eccezione è dettata dall’esigenza di fare un remix. Il brano, una volta completato e registrato, entra ufficialmente nel mio archivio mentale e lì rimane. Non escludo, ovviamente, che possa riascoltare qualche brano nei prossimi anni, ma solitamente non lo faccio. Come la pagina di un diario, racconta un pezzo di storia che, una volta scritta, ha in qualche modo assolto al suo compito e diventa di chi avrà la voglia di ascoltare».
Il viaggio è una presenza costante nella sua vita e anche nella sua musica. Quanto i luoghi che ha attraversato hanno influenzato il suo modo di scrivere e di guardare il mondo?
«Direi in maniera significativa. Il viaggio, sia esso per lavoro o per turismo, rappresenta un arricchimento e come tale trasforma il tuo osservare, la maniera in cui ascolti le ragioni degli altri e il tuo spazio. Viaggiare è anche scoprire nuove realtà e orizzonti e così la scrittura recepisce questi stimoli modificando il nostro modo di raccontare e sentire le emozioni».
Il brano Fly Away, scritto nel 2019 durante il suo primo viaggio in Cina, parla di cambiamento, coraggio e scoperta. Perché ha sentito il bisogno di raccontare proprio attraverso una canzone la necessità di andare oltre ciò che ci è familiare?
«Reputo che la canzone abbia più forza delle sole parole perché permette di trasmettere una voce più articolata e profonda. Superare ciò che è familiare o la nostra comfort zone è una necessità in un mondo che richiede spiccate capacità di adattamento. È un modo per esplorare e dare maggior luce alle zone d’ombra e capire che esistono altre strade per affrontare le sfide odierne. Scrivere un brano diventa un gesto di apertura, un invito a superare quei confini noti e a cercare significati nuovi. Per fare questo, tuttavia, bisogna abbracciare l’incertezza iniziale. Accettarla significa permettere al viaggio di forgiare qualcosa di nuovo».
Lei definisce la musica il suo secret garden, uno spazio creativo che coltiva senza ansia da prestazione e senza forzature. In un’epoca in cui anche la musica sembra spesso sottostare alla velocità dei social e delle piattaforme, quanto è importante per lei prendersi il proprio tempo?
«Ho l’ambizione di cercare di non sottostare ai dettami dei social. Li rispetto ma il mio uso è parsimonioso. Oppure è più semplicemente una questione anagrafica. Ho bisogno di rispettare i miei tempi e non sarei capace di scrivere a comando o di rispettare un impegno che indichi una data precisa per la registrazione di un nuovo brano. Devo avvertire qualcosa che meriti di essere scritto nel mio taccuino, che può restare inutilizzato per qualche mese».
I suoi testi sono molto concisi e lei li ha accostati alla forma dell’haiku: poche parole, scelte con grande attenzione, capaci però di aprire scenari molto più ampi. Come nasce una sua canzone e quando capisce che quelle poche parole sono finalmente quelle giuste?
«Parole e melodia devono convolare a giuste nozze. La scelta del testo è delicata e deve essere in grado di catturare un sentimento, un racconto o un messaggio che possa trasmettere un quid pluris all’ascoltatore, anche inizialmente distratto. Se avverto una scollatura fra testo e musica, intervengo affinché possano dialogare. In altre parole, la melodia è il tessuto che avvolge e dà respiro alle parole, mentre il testo è la cucitura che segue il taglio sartoriale».
Nell’album convivono italiano e inglese, due lingue che fanno parte della sua storia personale, con qualche incursione anche nello spagnolo. Come cambia il suo modo di scrivere quando cambia lingua? È la lingua a determinare il carattere di una canzone o è la canzone a scegliere la propria lingua?
«Ogni canzone nasce con la propria lingua, non è una scelta legata alla metrica o allo stile che voglio conferire al pezzo. A determinarne la scelta non è il luogo dove la scrivo e neanche il fatto che possa essere legato maggiormente a una delle tre lingue che fanno parte della mia vita, della mia consuetudine. Per esempio, Man from Stagira è nata a Parigi, Volando sul Lago a Ginevra, eppure nessuna è in francese, nonostante sia una lingua che conosco e uso quotidianamente. Come un figlio nasce con le sue caratteristiche, con il suo carattere, anche se con lo stesso codice genetico, così le mie canzoni».
La sua storia musicale è iniziata molto presto, con la chitarra classica e poi con l’incontro folgorante con Dalla, Battisti, Guccini e De Gregori. Che cosa è rimasto oggi di quegli ascolti nel cantautore che è diventato?
«Moltissimo, cominciando dalla complicità fra musica e testi. I racconti, le immagini dipinte su pareti che diventano nostre hanno stuzzicato le mie prime riflessioni unitamente al desiderio di “provarci”, di mettermi in gioco. Ho un profondo e sincero sentimento di gratitudine. Adesso posso dire che mi sento più contento di aver accettato una sfida che sembrava quasi impossibile».
Tra il 2000 e il 2008 aveva messo da parte la chitarra per il lavoro e la famiglia. È stato proprio suo figlio a riaccendere quella scintilla. Quanto è stato importante quel momento e cosa pensa sarebbe successo alla sua musica se quella chitarra fosse rimasta lì, senza che nessuno la riprendesse in mano?
«Senza quel gesto semplice, non avrei ritrovato la luce che era rimasta accesa. Sicuramente non ci sarebbe stata nessuna registrazione da produrre. Forse non avrei neppure ritrovato quella parte di me, quella creativa e più irrazionale. Platone, nel Fedro, ci indica quattro forme di ispirazione. Le muse sono ispiratrici di poesia e musica. È un’intuizione che mi ha sempre appassionato perché suggerisce che non tutto è razionale. Mio figlio, involontariamente, ha richiamato a casa le muse ispiratrici».
In un panorama musicale sempre più orientato alla visibilità e alla velocità, è ancora possibile costruire un percorso seguendo esclusivamente la propria sensibilità?
«La prendo più come invito che come provocazione. Reputo che la velocità e la visibilità appartengano al mondo esterno, mentre la sensibilità è un patrimonio interiore che ha diverse gradazioni. È il cammino che ho seguito perché penso che sia quello più consono al mio sentire. Bisogna, tuttavia, essere caparbi e avere una visione molto chiara. I tempi sono indubbiamente più lenti e questo stride con tutto ciò che ci circonda. In ogni caso, desidero essere coerente con me stesso anche se questo potrebbe venir interpretato come un gesto di hubris o radicale. In altre parole, non rincorro i tempi imposti. Con un pizzico di ironia, lo chiamo “successo sotterraneo”».
In Fly Away ci sono titoli come Volando sul lago, Piercing of the Veil, L’eco dei nostri passi, A Lullaby by the River Forth e Sands of Silence, legato al Wadi Rum. Se l’album fosse davvero un viaggio, quale sarebbe la prima tappa e dove vorrebbe che arrivasse l’ascoltatore alla fine del percorso?
«Se fosse un viaggio potrebbe iniziare con il rumore lieve dei nostri passi, l’eco dell’uomo quando smette di muoversi in maniera scomposta. Poi si prosegue per attraversare paesaggi diversi: il primo è il Wadi Rum, che è il luogo dove il silenzio non è mai vuoto ma presenza. Poi si vola sul lago che è una sospensione. Come nella vita, non sai ancora dove stai andando ma senti già che il cammino è cominciato. Il viaggio si conclude con la ninna nanna che rappresenta il ritorno in un luogo intimo dove non hai risolto tutto, ma accetti la complessità e lasci che la calma coesista con le ferite e le cicatrici del passato. È un viaggio particolare: non si cerca una destinazione precisa ma il coraggio di abitare ogni tappa con coraggio e senza rimpianti».
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