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Normal, quando per tornare a sentire bisogna togliersi l’armatura

Presentato all’Ortigia Film Festival, Normal di Lara Panahi trasforma il dolore emotivo in ferite visibili e racconta, attraverso una piccola fiaba surreale, il difficile percorso di un uomo che deve scegliere tra proteggersi dal mondo e tornare a sentire.

ORTIGIA – Ci sono cortometraggi che, in pochi minuti, riescono a costruire un mondo intero. Normal, cortometraggio francese diretto da Lara Panahi, appartiene a qurìesta categoria: un piccolo racconto surreale e insieme profondamente umano che trasforma il dolore emotivo in qualcosa di visibile, concreto, quasi fisico.

Il protagonista è Normal, un uomo invisibile. Ma non nel senso più tradizionale del termine. La sua invisibilità è la condizione di chi sembra attraversare la vita senza essere davvero visto, mentre tutto ciò che prova gli si imprime addosso. È così che un’umiliazione sul posto di lavoro diventa una ferita sul corpo. Il capo lo aggredisce verbalmente, lo licenzia e Normal esce dall’ufficio come se fosse stato picchiato. Non lo è stato, naturalmente. Ma il suo corpo racconta quello che la mente ha subito. È la prima, efficace intuizione di un film che sceglie di non separare mai ciò che accade da ciò che sentiamo. In Normal le emozioni non sono metafora: sono materia.

La stessa logica ritorna nel rapporto con la compagna. Una cena, una notte insieme, un gesto apparentemente affettuoso al risveglio. Poi un bacio prima di uscire di casa e, nello stesso istante, un coltello piantato nel cuore. Anche qui non siamo davanti a un omicidio reale, ma a una rappresentazione potentissima della sofferenza amorosa. Il tradimento, l’abbandono, la paura di essere feriti diventano una lama vera, conficcata nel petto di un uomo che sembra non riuscire più a difendersi da ciò che prova. È probabilmente una delle immagini più riuscite del corto, perché Panahi trova una forma semplice e immediata per raccontare qualcosa di estremamente complesso: quanto può essere fisico il dolore quando nasce da un’emozione.

A quel punto Normal cerca una via d’uscita. Va da uno psicologo, ma ancora una volta il film evita qualsiasi realismo didascalico e trasforma la terapia in un gesto quasi fiabesco. La soluzione è un ago. Un oggetto elementare con cui ricucire le ferite, una dopo l’altra. Non per cancellare quello che è accaduto, ma per imparare a convivere con le proprie cicatrici. Ed è qui che il cortometraggio cambia lentamente registro. Fuori dalla casa le piante sono secche. Normal le innaffia. L’acqua arriva e qualcosa ricomincia a crescere. Parallelamente, anche lui ricomincia a vivere: legge, cerca strumenti per ricostruire la propria autostima, prova a rimettere insieme quei pezzi che sembravano definitivamente perduti. La rinascita passa da gesti semplicissimi: piccoli atti quotidiani che diventano una forma di resistenza.

E poi arriva la metamorfosi. Normal esce per strada trasformato in una sorta di uomo di latta, con un’armatura addosso che richiama inevitabilmente l’immaginario de Il mago di Oz. La trovata visiva è ironica, quasi giocosa, ma il significato è chiarissimo: dopo essere stato ferito troppe volte, l’uomo decide di proteggersi. Se il mondo fa male, basta costruire una corazza. Se non si sente più nulla, niente può più ferirci. Il problema è che niente può più nemmeno raggiungerci. Ed è proprio qui che davanti a lui compare una donna con la stessa armatura. Due esseri finalmente simili, due persone che si riconoscono, si attraggono, cercano persino di baciarsi. Ma l’armatura è diventata così ingombrante da impedire loro di toccarsi davvero. La difesa che dovrebbe proteggerli diventa la stessa cosa che impedisce loro di vivere.

La regista racconta la paura della sofferenza attraverso immagini nitide, pulite, spesso essenziali, lasciando che siano gli oggetti e i corpi a parlare. E anche quando il film sfiora il territorio della fiaba, non perde mai il suo nucleo emotivo. La scena della panchina, con i due uomini e le due armature ormai incapaci di fare ciò che desiderano, è forse la sintesi perfetta del corto. Poi arriva la scelta: proteggersi ancora oppure rischiare. Continuare a vivere dentro una corazza oppure accettare la possibilità di essere feriti di nuovo. Normal sceglie la seconda strada. E quando decide di togliersi dall’immobilità e seguire la donna, il film compie il suo ultimo movimento: dalla sopravvivenza alla possibilità di una nuova vita.

In questo percorso un ruolo fondamentale lo ha anche la musica, composta da Alexandre Della Igue e Kinane Moulla, soprattutto quel pianoforte che accompagna il protagonista senza mai sovrastarlo. Le note seguono la trasformazione di Normal con una delicatezza che rende ancora più evidente il contrasto tra la vulnerabilità dell’uomo e la corazza che progressivamente si costruisce intorno a lui.

Normal funziona proprio perché riesce a tenere insieme più registri: è surreale, a tratti persino divertente, ma soprattutto è una storia sulla paura di sentire. Sul bisogno umano di costruire difese quando la vita ci ha colpito troppo forte. E sulla scoperta, forse ancora più difficile, che guarire non significa diventare invulnerabili. Significa tornare vulnerabili senza averne più paura.

In appena undici minuti, Lara Panahi costruisce una piccola favola contemporanea sulla sofferenza, sull’autostima, sull’amore e sulla rinascita. Una storia che parte da un uomo invisibile e finisce con un uomo che finalmente sceglie di farsi vedere. E forse, alla fine, è proprio questo il senso più bello di Normal: per tornare a sentire davvero, prima o poi bisogna avere il coraggio di togliersi l’armatura.

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