ORTIGIA – Maia ha sette anni e ancora non sa che esistono corpi giusti e corpi sbagliati. Non sa che un vestito può diventare uno specchio deformante. Non sa che esiste un modo corretto di stare dentro un’immagine. Per lei, il mondo è ancora quello delle Barbie, dei disegni, degli abiti da scegliere e da immaginare. Un mondo colorato, morbido, protetto. Un mondo nel quale vestirsi significa soprattutto giocare.
La regista, Gaia Marotta, entra in questo universo con uno sguardo apparentemente semplice, ma progressivamente più inquieto. La macchina da presa osserva la bambina mentre gioca, la segue nel suo rapporto quasi incantato con i vestiti, registra la naturalezza con cui Maia costruisce la propria identità attraverso ciò che indossa. Poi arriva una gonna di jeans. È una gonna desiderata, quasi mitizzata: Maia l’ha vista addosso a una compagna e la vuole proprio perché in lei ha già riconosciuto qualcosa che vorrebbe possedere. La madre gliela compra. E per un attimo sembra che il piccolo rito del desiderio possa compiersi senza conseguenze.
Poi torna a casa, indossa la gonna e si guarda allo specchio. È un momento brevissimo, ma è lì che Jeans cambia registro. Lo specchio non restituisce più semplicemente l’immagine di una bambina. Restituisce un giudizio. O, meglio, il giudizio che Maia comincia per la prima volta a costruire su se stessa. La gonna che sulla compagna appariva perfetta, desiderabile, quasi naturale, sul suo corpo produce un effetto diverso. E quella differenza diventa una ferita.
Il cinema di Marotta lavora proprio su questa minuscola frattura: il passaggio dall’essere un corpo all’avere coscienza del proprio corpo. Prima Maya si veste. Dopo si guarda mentre è vestita. E questo è l’inizio di qualcosa di enorme. Perché crescere, in Jeans, significa anche imparare progressivamente a vedersi attraverso gli occhi degli altri. La bambina che fino a quel momento abitava il proprio corpo con assoluta inconsapevolezza comincia a osservarlo dall’esterno, a confrontarlo, a misurarlo. La compagna diventa un termine di paragone e lo specchio diventa il luogo in cui quel confronto prende forma.
È una delle prime forme di educazione sentimentale che la società impartisce al corpo femminile: imparare a guardarsi prima ancora di imparare ad accettarsi. La regista racconta tutto questo senza trasformare Maia in un simbolo astratto. La lascia bambina. Ed è proprio questa scelta a rendere il corto così efficace. Non c’è bisogno di spiegare troppo, né di costruire una psicologia adulta intorno a un sentimento infantile. Basta uno sguardo allo specchio. Basta quella gonna. Basta la distanza, improvvisamente percepita, tra ciò che Maia desiderava essere e ciò che crede di vedere.
In pochi minuti Gaia Marotta mette dunque in scena non soltanto la prima insicurezza di una bambina, ma la nascita di uno sguardo su di sé. Il jeans del titolo diventa allora qualcosa di più di un semplice indumento. È un oggetto cinematografico. Un dettaglio apparentemente quotidiano capace di raccontare il momento esatto in cui l’innocenza comincia a fare i conti con il confronto. E c’è una cosa particolarmente interessante nel modo in cui Jeans costruisce questo passaggio: la delusione non arriva da una cattiveria esplicita. Nessuno dice a Maia che non è abbastanza bella. Nessuno la prende in giro. Nessuno la ferisce direttamente.È l’immagine a farlo. È lo specchio con il confronto. A volte basta un’immagine a farci sentire sbagliati.
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