ROMA – Per anni è stato uno di quei progetti che sembravano inevitabili. Dopo il successo mondiale di Rapunzel – L’intreccio della torre, in molti davano per scontato l’arrivo di un sequel. E invece Rapunzel 2 non si è mai fatto. Oggi, a distanza di tempo, emergono finalmente le vere ragioni dietro quella decisione. E la risposta è meno industriale e più creativa di quanto si possa immaginare.
Nonostante il grande incasso del film originale – oltre 590 milioni di dollari nel mondo – e l’enorme popolarità del personaggio, Disney non è mai riuscita a trasformare l’idea di un secondo capitolo in un progetto concreto. Secondo quanto confermato da più fonti internazionali, il team creativo si era effettivamente riunito per lavorare a una possibile continuazione, discutendo a lungo possibili sviluppi della storia.
A spiegare il motivo è stato il regista Nathan Greno, che ha chiarito come il vero ostacolo fosse narrativo. In sostanza, non è mai stata trovata una storia all’altezza del primo film. “Non siamo riusciti a trovare una trama che valesse la pena raccontare”, è il senso delle sue dichiarazioni, riportate da più testate. Il punto è semplice, ma decisivo: il viaggio di Rapunzel era già compiuto. Il suo arco narrativo – dalla prigionia alla libertà, dalla scoperta di sé all’amore – aveva trovato una chiusura completa e soddisfacente.
Il ragionamento alla base della cancellazione è quasi controintuitivo per l’industria contemporanea, dominata da sequel e franchise. Secondo Greno, molte storie classiche funzionano proprio perché arrivano a una conclusione definitiva: “Quando Pinocchio diventa un bambino vero, cosa resta da raccontare? Quando la Bestia torna umano, cosa succede dopo?”. Applicato a Rapunzel, il discorso è chiaro: il taglio dei capelli, simbolo della sua liberazione, rappresenta anche la fine naturale del racconto. Continuare avrebbe rischiato di indebolire quel significato.
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