ROMA – “Dove eravamo rimasti?” Non è solo una frase. È un ritorno. È un gesto di orgoglio. È il momento in cui un uomo, dopo essere stato travolto da uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani, rientra in studio e guarda il Paese negli occhi. Portobello, la miniserie diretta da Marco Bellocchio, parte da lì. O meglio: parte da un’altra immagine. Quella di Enzo Tortora che esce in manette dalla caserma, spaesato, mentre fuori lo aspettano fotografi e giornalisti. Un’istantanea che per Bellocchio è stata la scintilla di tutto. Non il clamore. Non il processo. Ma quello sguardo incredulo. A interpretare Tortora è Fabrizio Gifuni, che restituisce la complessità di un uomo spesso percepito come distante, aristocratico, perfino antipatico. E proprio lì sta la chiave: Portobello non costruisce un santino, ma un essere umano. Un uomo fiero, che non ammiccava, che non cercava di farsi amare a tutti i costi, e che per questo forse era più esposto di quanto sembrasse.
Abbiamo incontrato Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni per parlare della nascita del progetto, della scelta di non trasformare la vicenda in un melodramma giudiziario e del rischio — sempre presente — di piegare una storia così potente all’attualità politica. Perché Portobello non è un instant drama. È un’opera che scava nel rapporto tra giustizia e opinione pubblica, tra potere mediatico e responsabilità. È il racconto di come un Paese possa passare dall’applauso al sospetto in poche ore. E di quanto sia difficile tornare indietro. La serie debutta oggi, 20 febbraio, data simbolica: lo stesso giorno in cui, nel 1987, Tortora tornò in televisione dopo l’incubo. Una coincidenza che suona come un omaggio.
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