ROMA – Soprannominata “la Divina” da Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse è stata una delle figure più radicali e irripetibili della scena teatrale del Novecento. Attrice di fama mondiale, donna fuori da ogni schema, la Duse ha costruito un’idea di recitazione fondata sull’abbandono totale, su una verità emotiva che precedeva la tecnica e che rendeva ogni sua apparizione un’esperienza irriducibile. È da questa tensione estrema tra arte e vita che prende forma Duse, il film di Pietro Marcello dedicato agli ultimi anni dell’attrice. Un’opera che non ambisce a una ricostruzione biografica tradizionale, né a una fedeltà cronachistica — pur facendo dialogare materiali d’archivio e messa in scena — ma che sceglie di abitare un territorio più fragile e complesso: quello della memoria, della visione, della persistenza dell’arte in un mondo che sembra averla messa ai margini. Marcello concentra lo sguardo su un momento preciso dell’esistenza di Eleonora Duse. Siamo all’indomani della Prima guerra mondiale, tra il 1918 e i primi anni Venti. L’Italia è attraversata da una profonda crisi morale e politica, il fascismo muove i suoi primi passi, il teatro perde centralità, e la Duse, ritiratasi dalle scene nel 1909, è malata di tubercolosi, provata economicamente e isolata affettivamente. Eppure, proprio quando tutto sembra concludersi, nasce in lei l’urgenza di tornare sul palco.

Il film prende forma a partire da una sceneggiatura firmata da Marcello insieme a Letizia Russo e Guido Silei. I fatti storici vengono piegati e talvolta alterati, perché ciò che interessa al regista non è la precisione documentaria, bensì la possibilità di riflettere sul ruolo dell’arte nei momenti di disfacimento storico, quando ogni certezza sembra crollare. La messa in scena si apre sotto il segno della morte: quella collettiva della guerra, evocata attraverso immagini simboliche e materiali d’archivio, e quella individuale della protagonista, il cui corpo malato resta costantemente in bilico. Ma per la Duse la morte non è mai separabile dal teatro. Se il corpo si indebolisce l’arte diventa l’unico spazio in cui continuare a sentirsi viva. Il ritorno in scena con La donna del mare di Ibsen assume così il valore di un gesto estremo, necessario, vitale. “Il teatro è morto”, le viene detto “Ma io sono viva”, risponde. In questa affermazione si condensa il senso profondo del film: per Eleonora Duse vivere e recitare coincidono. La recitazione per lei non è solo una professione, ma una forma di esistenza, anche quando questo implica il sacrificio di tutto il resto.

A dare vita alla “Divina” è una magistrale Valeria Bruni Tedeschi, che traccia un ritratto di fragilità e intensità: a tratti malinconica, a tratti gioiosa, appesantita dalla vita ma animata da un desiderio incontrollabile di esprimere ciò che ama. Il suo respiro affannato nel quotidiano si trasforma in forza piena e vibrante sul palco. È nel teatro che la Duse ritrova la sua forma più autentica, anche a costo di sacrificare tutto il resto: la salute, gli affetti e persino il rapporto con la figlia (Noémie Merlant). Intorno alla Duse si muove un mondo stanco, segnato da un tempo che sembra avviarsi alla fine. Tra le figure che animano il racconto però emergono gli allievi nei cui sguardi si riflette una giovinezza ancora attraversata dallo stesso fuoco della maestra. Duse, dunque, non si limita a rievocare una figura leggendaria, ma interroga il senso dell’arte in un tempo che ne metteva in discussione il valore. Nel corpo stanco e ostinato dell’attrice, il film riconosce una fedeltà assoluta alla scena, vissuta come ultimo spazio di verità. Non il mito, ma il gesto finale di un’artista che sceglie di restare e di consumarsi pur di continuare a esistere attraverso ciò che ama.
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