ROMA – C’è un momento, in The Smashing Machine, in cui il sudore e il sangue smettono di essere metafora e diventano verità. Perché quella di Mark Kerr non è solo una parabola sportiva, ma un viaggio nelle pieghe più profonde della psiche umana. E non si tratta di un film sul combattimento. È un film sull’identità, sull’autodistruzione, sul peso insopportabile della gloria. Nelle sale dal 19 novembre, The Smashing Machine non si limita a raccontare le vittorie di uno dei fighter più iconici della storia delle MMA – Vale Tudo, lotta libera, UFC – ma scava dentro le crepe di un uomo che ha dovuto imparare a sopravvivere tanto fuori quanto dentro la gabbia.
Celebrato con l’ingresso nella UFC Hall of Fame, Kerr è stato molte cose: campione, simbolo, bersaglio. Ma soprattutto, è stato umano. Il film, crudo e necessario, lo mostra nella sua doppia natura: macchina da guerra sul ring, creatura fragile nella vita privata. I suoi demoni – dipendenze, solitudine, pressioni – emergono con una sincerità disarmante. E proprio questa vulnerabilità è il cuore pulsante della narrazione. Ora al cinema.
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