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Gli Oscar, Black Panther e una provocazione: ma quale modernità?

Progresso, equità, inclusion rider: ma siamo davvero sicuri che le cose stiano proprio così?

Fastidio, eccitazione e inquietudine davanti alla 90esima edizione degli Oscar. Eppure dovremmo essere soltanto felici: se l’assegnazione delle statuette senza pene (come l’ha definite Jimmy Kimmel) non ha generato grandi sorprese, domenica a Los Angeles abbiamo assistito in diretta all’insurrezione delle donne e delle minoranze a Hollywood. Tutti freneticamente a googlare le due parole magiche con cui Frances McDormand, con fare cazzuto, molto simile al personaggio che le ha fatto vincere l’Oscar, ha concluso il suo memorabile discorso di ringraziamento: «Inclusion rider». Ovvero quella postilla sul contratto di attore che garantisce uguaglianza dei sessi e delle minoranze sul set. Postilla che presumiamo essere ignorata nella maggior parte dei casi, come dicono i numeri.

Erano tredici anni che gli Academy Awards non premiavano un “Miglior Film” (The Shape of Water) con protagonista una donna (Sally Hawkins). Anche nell’anno 1 D.W. (Dopo Weinstein) di Hollywood, il totale di donne ad avere riportato a casa la statuetta senza pene è di appena 6 contro 33 uomini. Kimmel ha anche ricordato nel suo monologo il miliardo e mezzo di dollari che Mark Wahlberg ha riscosso per girare di nuovo le scene di All the Money in The World (epurato dalla presenza del presunto molestatore Kevin Spacey), contro i miseri mille dollari ricevuti per lo stesso compito da Michelle Williams. Sia chiaro, il mondo è sempre girato così ma ora a farcelo notare è il cinema, dunque il discorso si fa più serio.

Immaginate la situazione al contrario: invece che Frances McDormand, Gary Oldman che agli Oscar chiede a tutti gli uomini nominati nelle varie categorie di alzarsi, perché anche loro hanno idee brillanti e vogliono essere ascoltati dall’industria. Forse così è più chiaro il nonsense? Il movimento #metoo va sostenuto, ma davvero se ne sono resi tutti conto solo adesso? Chi sono gli altri potenti le cui teste devono ancora cadere nel finto stupore degli addetti ai lavori? Svilente l’insensata aggressività di certe donne che se la sono presa pubblicamente con altre senza avere capacità e mezzi per sapere la verità. Svilenti i pensieri  di chi metteva sullo stesso piano commenti di uomini cretini e traumatiche molestie sessuali.

Serviva Hollywood per capire che quasi tutte le donne del mondo hanno subìto molestie in un momento o l’altro della vita? Penso alla mia esperienza e a tutte le volte che ho avuto il coraggio di condividerla: ho sempre ricevuto in cambio un’altra storia anche più brutale della mia. Al punto che mi è venuto da pensare che in fin dei conti è andata di lusso, non sono nemmeno stata stuprata. «I am an immigrant» è la prima frase che il messicano Guillermo del Toro dice accettando l’Oscar del miglior regista. Del Toro, che a differenza del Signor Oscar ha due palle grandi così, pare stia attento che i suoi attori siano pagati equamente sul set, non a quote di testosterone.

Infine diciamolo una volta per tutte, visto che nessuno ha il coraggio: Black Panther – per dirla alla Fantozzi – è una cagata pazzesca. Noioso, personaggi mal costruiti e quella fastidiosa finta pronuncia afroamericana. Ma è il primo super eroe nero della storia e dunque dobbiamo amarlo e persino sentirlo paragonare dalla stampa di rilievo a capolavori come Il Padrino mentre non è nient’altro che il tipico film Marvel. Jordan Peele ora è diventato il primo afroamericano ad avere vinto l’Oscar per il miglior script (Get Out); il primo in 90 anni e la chiamano vittoria storica. Non sembra una follia? Hey, guardate, qui a Hollywood si fa la storia, ora facciamo vincere persino gli afroamericani! Che tristezza. Io che dopo quindici anni di Londra (qui è diverso), non faccio nemmeno caso al colore della pelle del mio interlocutore. Questi Oscar hanno ribadito un concetto ormai chiaro in ogni fronte: siamo al Medio Evo, non raccontiamoci balle. Che rivoluzione sia, inclusion rider a più non posso e in ogni campo, cara Frances.

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