Il film prende forma durante la controffensiva del 2023 e accompagna un plotone incaricato di riconquistare il villaggio di Andriivka. Tra il punto di partenza e l’obiettivo finale ci sono duemila metri di foresta: uno spazio apparentemente ridotto che si trasforma in un territorio ostile fatto di trincee, mine, fortificazioni e avanzamenti pagati metro dopo metro. Un percorso che diventa esperienza fisica, mentale e morale, in cui il tempo si dilata e la guerra perde ogni retorica.
Chernov costruisce il racconto attraverso un montaggio serrato che unisce il suo sguardo giornalistico ai materiali raccolti direttamente sul campo: bodycam, helmet cam, droni. Il risultato è un’immersione radicale, quasi claustrofobica, che annulla la distanza tra spettatore e combattimento. Non c’è spazio per l’epica, ma per l’attesa, la paura, la ripetizione estenuante dei gesti e una consapevolezza che cresce con ogni passo: per molti di quei soldati, la guerra non ha un orizzonte di conclusione.
2000 metri ad Andriivka non si limita a documentare una battaglia. È una riflessione sul volto contemporaneo del conflitto, che richiama per brutalità e sacrificio le guerre del secolo scorso, pur essendo combattuta con strumenti tecnologici moderni. La vittoria, qui, non coincide mai davvero con la pace, e l’idea stessa di avanzamento assume contorni ambigui e dolorosi.
Dopo il successo internazionale di 20 Days in Mariupol, premiato con Oscar, BAFTA e riconoscimenti nei principali festival, Chernov conferma una voce autoriale rara e necessaria, capace di trasformare il reportage in cinema e il cinema in testimonianza storica. Anche quando, tra le rovine, affiora un’idea di futuro, questa non cancella il trauma: resta come una forma minima di resistenza, fragile ma ostinata.
Qui una clip in anteprima:
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