ROMA – Ci sono storie che nascono per essere raccontate e altre che sembrano chiedere, fin dalla prima parola, di essere viste. Cjan e Paron appartiene a entrambe le categorie. Al centro ci sono un uomo e un cane, due randagi che attraversano la vita ai margini, tra incontri improbabili, osterie, musica e piccoli incidenti di percorso. Due figure imperfette che, senza rendersene conto, trovano l’una nell’altra una possibilità di salvezza. È proprio questa storia, profondamente legata ai paesaggi e all’umanità del Friuli, ad aver conquistato il primo premio della VII edizione di “Una Storia per il Cinema”, il concorso promosso da CineHeart ETS per avvicinare la narrativa al mondo della produzione cinematografica e audiovisiva. Un riconoscimento che prevede la realizzazione di un’opera per lo schermo e che apre una nuova fase nel percorso creativo della sua autrice, Paola Taliana. Ma dietro la vittoria c’è molto più di un progetto da adattare. C’è il desiderio di dare voce a chi passa inosservato, il ricordo di un animale amato e una scrittura che, prima ancora di incontrare il cinema, aveva già imparato a ragionare per immagini. Abbiamo incontrato Paola Taliana per parlare dell’emozione del premio, delle origini di Cjan e Paron e di ciò che spera possa sopravvivere nel passaggio dalla pagina allo schermo.
«È stata una sorpresa talmente inattesa che, all’inizio, non ci credevo. Ho guardato il video che annunciava la vittoria almeno quaranta volte: ogni volta pensavo di aver capito male, di aver visto quello che desideravo vedere e non quello che stava succedendo davvero! Poi, a un certo punto, è stato come risvegliarmi da un sogno. Mi sono resa conto che la vincitrice ero proprio io, ho riconosciuto la stanza in cui mi trovavo e ho ricominciato a sentire la musica che avevo in sottofondo. E lì mi sono venuti i brividi. Anche la musica, in quel preciso istante, sembrava perfetta. Diceva: “Tutto è possibile”, e lo diceva con la voce di Pino Daniele! È stato il momento in cui ho capito davvero che non stavo sognando. È difficile spiegare un’emozione così. È come se due personaggi che per tanto tempo avevano vissuto soltanto nella mia testa avessero trovato una porta aperta sul mondo. Io li ho accompagnati fin qui con le parole. Adesso qualcuno ha deciso di provare a portarli sullo schermo. E ancora oggi, quando ci penso, mi viene spontaneo chiedermi: “Sta succedendo davvero a me?”»
Al centro del tuo racconto c’è un’amicizia improbabile tra un cane e un uomo, entrambi randagi. Da dove nasce l’idea di mettere insieme questi due personaggi?
«Nasce soprattutto dall’osservazione. Sono personaggi che appartengono a un mondo che ho conosciuto e che, soprattutto in Friuli, era ed è popolato da tante figure così: uomini un po’ ai margini, con le loro stranezze, le loro abitudini, le loro fragilità. Persone che magari non attirano l’attenzione, ma che hanno una storia intera dentro. Volevo raccontare proprio quell’umanità che spesso si guarda poco, o si liquida troppo in fretta. Perché essere ai margini non significa essere vuoti. A volte significa avere un mondo interiore ricchissimo, che non tutti si fermano abbastanza a lungo per scoprire. Poi ho messo insieme un uomo e un cane, due randagi in modi diversi, perché gli animali hanno una capacità speciale: non ti chiedono di essere qualcuno, non ti domandano il curriculum. Ti riconoscono senza chiedere di dimostrare nulla. Ed è proprio questa la loro meravigliosa semplicità. Cjan e Paron sono due balordi, certo, ma hanno qualcosa che li rende preziosi: si incontrano e, senza nemmeno saperlo, cominciano a salvarsi a vicenda».
Quando scrivevi Cjan e Paron, immaginavi già i personaggi e le situazioni come immagini cinematografiche, oppure il cinema è arrivato soltanto dopo?
«Il film, nella mia testa, c’era già. Non nel senso che pensassi a una futura trasposizione cinematografica: è proprio così che vedevo le storie mentre le scrivevo. Le scene mi passavano davanti agli occhi. Vedevo Cjan e Paron entrare in osteria, ordinare da bere, incontrare persone, combinare i guai che combinano. Non immaginavo soltanto quello che facevano: io li vedevo proprio muoversi, parlare, vivere. Per me scrivere di loro era già una specie di cinema interiore. Adesso sapere che quelle scene potrebbero diventare immagini vere è una cosa pazzesca. Sarà emozionante, ma anche stranissimo: come incontrare per strada due amici che conosci da una vita e scoprire che, finalmente, li vedono anche tutti gli altri. E naturalmente sono curiosissima di vedere come prenderanno vita. Io li ho visti muoversi per tanto tempo nella mia immaginazione; adesso sono pronta a scoprire come li vedranno gli altri. Per me è una prospettiva da far tremare le ginocchia!»
Quanto sei disposta a lasciare che la tua storia cambi nel passaggio dalla scrittura al cinema? C’è qualcosa di Cjan e Paron che vorresti rimanesse assolutamente intatto?
«Vorrei che rimanesse intatto il cuore della storia: il fatto che questi due balordi, così imperfetti e così diversi, finiscano per salvarsi a vicenda. E vorrei che restassero riconoscibili i loro caratteri, perché credo che sia proprio lì che risieda la forza del romanzo. In particolare, vorrei che Cjan conservasse il suo modo di essere. È ispirato per il novanta per cento al mio Jim, il mio cagnolino, che ora non c’è più. Per questo Cjan per me non è soltanto un personaggio: porta con sé qualcosa di profondamente mio, un legame che vorrei restasse vivo anche sullo schermo. Per il resto, so bene che scrittura e cinema sono linguaggi diversi. Non pretendo che il film sia la copia del libro: mi piacerebbe che ne custodisse l’anima, anche raccontandola in modo differente. Vorrei che rimanessero il respiro dei luoghi, i paesi, l’atmosfera del Friuli e, se sarà possibile, la musica. Perché non sono semplicemente uno sfondo: sono la terra da cui questa storia nasce e la voce silenziosa che l’accompagna. E poi mi fido. Mi hanno scelta, hanno creduto nella mia storia, e per me questo è già qualcosa di straordinario. Io ho scritto la mia storia. Adesso sono curiosa di scoprire che cosa succederà quando comincerà a camminare con le gambe di altri».
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