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Un tranquillo funerale di famiglia | La recensione della commedia di Massimiliano Bruno

Dall’humour nero britannico alle radici della provincia ciociara: Bruno con un bellissimo cast trasforma il remake di un cult in una celebrazione dell’autenticità senza filtri.

ROMA – Prendere a modello una pietra miliare della farsa nera contemporanea e trapiantarla con disinvoltura nel cuore ruspante della provincia laziale è una bella scommessa. Massimiliano Bruno per raccontare il suo ultimo film sceglie la via della sincerità e, affiancato in sceneggiatura da Edoardo Falcone, firma l’adattamento italiano del celebre Funeral Party di Frank Oz, allontanandosi dalle composte campagne inglesi del 2007 per immergersi nelle dinamiche familiari e nelle cadenze veraci della Ciociaria. Un’operazione che punta alla commedia pura, senza vergognarsi di voler intrattenere a colpi di ritmo, equivoci e battute pungenti. La macchina da presa si apre sul volto di Daria, affidata a una bravissima e credibilissima Claudia Pandolfi: rispetto all’originale, il perno della vicenda diventa infatti il rapporto tra un fratello e una sorella. Accanto a lei c’è Pietro Sermonti nei panni di Riccardo, il figlio prediletto, regista affermato su cui gravitano tutte le aspettative della famiglia. L’occasione è la scomparsa del patriarca della famiglia Mancuso, evento che raduna parenti e conoscenti in una villa in campagna trasformando una solenne funzione d’addio in un caotico palcoscenico dell’assurdo. 

Il meccanismo a orologeria si arricchisce a ogni ingresso in scena: dallo zio Diego Abatantuono accompagnato da un divertentissimo Stefano Fresi, alla verve teatrale di Carlo Buccirosso, impegnato nell’improbabile tentativo di far riavvicinare il figlio alla ex fidanzata (Giulia Vecchio). Nei panni del figlio c’è un ottimo Edoardo Ferrario, al suo convincente debutto sul grande schermo, che si presenta però con la nuova partner (Beatrice Arnera, la rivelazione del film) e che, scambiando accidentalmente un potente allucinogeno per un comune calmante da farle prendere, dà il via a un trip di otto ore destinato a far esplodere definitivamente ogni parvenza di decoro. A tenere le fila di questo microcosmo impazzito c’è la sempre splendida Stefania Sandrelli, dolente e luminosa vedova del defunto.

Un tranquillo funerale di famiglia funziona nell’immediato della risata, ma trova la sua identità più solida proprio quando decide di andare oltre il meccanismo comico. Bruno compie un passaggio di registro significativo rispetto alla critica sociale che ha segnato buona parte della sua produzione: al centro del racconto si impone infatti l’urgenza della libertà individuale. Quella libertà potente, scomoda e necessaria di spogliarsi delle etichette, di mostrarsi fragili senza vergogna, di trovare il coraggio di dire a chi si ha accanto che l’amore è finito e che non c’è più bisogno di fingersi perfetti. Ed è qui che la pellicola compie il suo prodigio: dopo un’ora e quaranta di gag serrate ed esilaranti, il finale vira verso un’intimità poetica che regala una commozione autentica.

A suggellare la riuscita del film c’è infine la mano di un autore da sempre dedito alla scoperta di nuovi volti e attivo come direttore di una scuola di recitazione. La sua capacità di far dialogare mostri sacri del grande schermo e giovani promesse — su tutte la freschezza dell’esordiente Alessandro Mauthe — restituisce una coralità solida, generosa e priva di gerarchie, di cui oggi si sentiva un sincero bisogno. Un tranquillo funerale di famiglia si impone quindi non solo come una commedia dal ritmo impeccabile, ma come un’operazione coraggiosa, brillante e profondamente umana.

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